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Quarant'anni senza Borges e neanche un verso perduto

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16.06.2026

Il 14 giugno 1986 Jorge Luis Borges moriva a Ginevra, come se avesse scelto non una città ma un simbolo: il luogo della giovinezza europea, delle lingue imparate come destini paralleli, delle biblioteche interiori, dei labirinti che non chiedono di essere risolti ma abitati. Da allora sono passati quarant’anni, eppure Borges continua a non morire.

Forse perché non fu mai davvero uno scrittore del tempo, ma dell’eternità. O, meglio, di quella forma minima e quotidiana dell’eternità che si nasconde in un gesto, in una parola, in un volto, in un libro riaperto dopo molti anni e capace ancora di riconoscerci prima che siamo noi a riconoscere lui.

Fra tutte le sue poesie, quella che più mi accompagna è I giusti. Non so se sia la più alta, la più perfetta, la più borgesiana. So però che è quella che più somiglia a una preghiera laica, a una piccola teologia del bene anonimo. Borges vi raccoglie figure senza gloria: chi coltiva il suo giardino, chi accarezza un animale addormentato, chi preferisce che abbiano ragione gli altri.

E poi quella........

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