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Libraccio, da mercatino di libri a catena da 69 negozi: “Così abbiamo cambiato il mercato dell’usato”

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18.03.2026

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Quando nel 1978 un gruppo di studenti si incontra ai mercatini del libro usato in Piazza Vetra, a Milano, l’obiettivo è semplice: sostenere il diritto allo studio e mettere insieme qualche soldo per mantenersi e magari comprarsi una moto. Nessuno di loro immagina che da quei banchetti nascerà una delle realtà più originali dell’editoria italiana: Libraccio.

“Ci siamo conosciuti un giorno di settembre ’78”, ricorda Edoardo Scioscia, fondatore e oggi amministratore delegato di Libraccio, intervistato nel vodcast Money Vibez Stories. “Facevamo i mercatini per sostenere il diritto allo studio, l’anno dopo è arrivato il primo negozio.” Quel primo punto vendita è in via Corsico, all’angolo con l’Alzaia Naviglio Grande, nel cuore dei Navigli “dove c’è il ponte più fotografato d’Italia”.

Non c’è un business plan strutturato, ma “molta incoscienza” e una cultura del lavoro precoce. Scioscia lavora in una radio libera, fa il magazziniere in casa editrice, l’addetto al Carrefour, è iscritto a Giurisprudenza; intanto, investe cinque milioni di lire presi in prestito dal padre, garantiti da una Moto Guzzi 1000: “In caso fosse andata male avrei venduto la mia Guzzi, che conservo ancora oggi.”

Nel 1979 il contesto è dominato da una sola grande catena, Feltrinelli, e da una miriade di librerie indipendenti, in particolare scolastiche. Libraccio arriva come corpo estraneo: giovani, libri usati, un nome provocatorio. “Siamo stati accolti malissimo, visti con sospetto: vendevamo usato, avevamo un nome buffo, eravamo ragazzi.”

Il nome nato “alla quarta birra” e l’ostilità dei librai

Il brand che oggi è un asset distintivo nasce per caso. “Libraccio è una scelta fatta dopo diverse birre”, racconta Scioscia. “La proposta arrivò da uno dei soci, molto brillante e intraprendente: dopo la quarta birra l’abbiamo accettata tutti.” Un nome che in teoria suona dispregiativo – “un libraccio” – ma che diventa marchio e portafortuna, rovesciando lo stigma in identità.

La diffidenza del settore si traduce anche in tentativi di esclusione formale. Quando i fondatori si iscrivono all’associazione dei librai, qualcuno prova a cacciarli: “Ci dissero che non avremmo potuto vendere i libri nuovi con lo sconto e che dovevamo rinunciare per un anno alle promozioni, altrimenti saremmo stati estromessi.” Oggi, sottolinea Scioscia, sarebbe un tema da Antitrust.

La decisione di rimanere nell’associazione, accettando regole più restrittive, produce un effetto paradossale: “Dico sempre che ci hanno fatto i ricchi: concedendo meno sconti ai clienti, ci è rimasto più margine per aprire nuovi negozi.”

Dal negozio di Monza al gruppo nazionale

Il punto di svolta imprenditoriale arriva a metà anni ’80. Scioscia nel frattempo ha un “doppio lavoro”: libraio e venditore di macchine per il lavaggio industriale nella ristorazione. Questo background commerciale diventa un vantaggio competitivo. “Forse avevo qualche competenza in più dei miei soci sul lato commerciale, mentre loro erano molto bravi sul prodotto libro.”

Nel 1982 apre il secondo negozio a Monza, ma l’ambizione cresce guardando un locale chiuso con sette vetrine di fronte. “Era un sogno, ci siamo lanciati: lì siamo diventati imprenditori”, ricorda. La società Libraccio viene formalmente fondata il 16 febbraio 1984 a Monza; nell’ottobre dello stesso anno si apre a Genova.

La scalata è rapida e rischiosa. Nel 1990, a 31 anni, Scioscia e soci comprano un capannone industriale, indebitandosi pesantemente: “Non sapevamo neanche come venirne fuori, ma poi abbiamo avuto fortuna.” Oggi Libraccio conta 69 punti vendita in tutta Italia, con circa 500 dipendenti stabili e un organico che cresce sensibilmente in alta stagione per la campagna scolastica.

La governance resta atipica: niente verticalismo puro, ma una rete di soci di minoranza che amministrano bacini regionali o cittadini. “Non è stata la nostra formula avere solo dirigenti: molte persone hanno acquisito quote di minoranza e gestiscono società collaterali che lavorano con noi.”

Nel 1994 entra in scena il secondo gruppo editoriale italiano, Messaggerie Italiane, partner storico prima minoritario e dal giugno 2024 azionista di maggioranza con il 51%. “Abbiamo sancito un’alleanza perché vogliamo che il marchio Libraccio si rafforzi negli anni, anche prevedendo i tempi di una nostra uscita di scena”, spiega Scioscia, che non nasconde la variabile anagrafica: “Lavoriamo ancora 10 ore al giorno, ci divertiamo tantissimo, ma io ho 66 anni, i miei soci 68 e 72.”

La formula della “libreria mista”: nuovo, usato e remainders

Il cuore del modello Libraccio è la “libreria mista”: nuovo e usato convivono, con una terza gamba spesso sottovalutata, quella dei remainders.

Sulla scolastica, che vale circa il 40% del business, il sistema è costruito su risparmio e servizio. “La libreria mista si fonda su due aspetti: il risparmio, quindi il diritto allo studio, e il servizio”, sintetizza Scioscia. L’obiettivo è permettere alle famiglie di trovare sia libri nuovi sia usati, con la possibilità di riciclare i volumi a fine anno.

La complessità è elevata: bisogna verificare che i testi siano ancora in commercio, gestire le condizioni dei libri (“lo vogliono perfetto, non sottolineato”) e garantire una pronta disponibilità, non un semplice servizio di prenotazione. “È complicato, ma oggi un po’ meno rispetto agli anni ’80, quando non c’era statistica né informatica”, osserva Scioscia.

Da circa vent’anni il Ministero raccoglie le adozioni scolastiche e le rende pubbliche, permettendo analisi statistiche avanzate. Libraccio lavora su bacini di utenza, zone, andamento storico delle adozioni, incrociando anche la domanda online. “Si lavora tanto di statistica e di analisi dei numeri, si fanno scelte molto mirate”, aggiunge.

Nel mondo non scolastico, i mercati sono tre: il primo mercato (novità editoriali recenti), l’usato e i remainders, cioè i libri comprati direttamente dai magazzini editoriali in stock, “validi ma che non hanno avuto fortuna o che hanno qualche segno onorevole di invecchiamento”. Questi ultimi vengono venduti al 50% del prezzo di copertina, fuori dalle restrizioni della legge sul libro. “Fra usato e nuovi di stock i due mercati si equivalgono: ogni due libri uno è nuovo e uno è usato o nuovo di stock.”

Nella scolastica, invece, il rapporto è 3 a 2: tre libri nuovi per ogni due usati, complice il flusso continuo di nuove edizioni che “inficiando un po’ la possibilità di riutilizzo”.

Il mestiere del libraio secondo Libraccio

Il libraio Libraccio non fa solo scaffali e cassa: compra, valuta, assume rischio. La peculiarità del modello è che i libri usati vengono pagati in contanti, senza conti deposito: “Noi paghiamo i libri usati per contanti, non teniamo conti in sospeso, li compriamo e basta: ci assumiamo il rischio dell’invenduto.”

Questo implica competenze doppie. “Il libraio che vende usato deve avere una doppia funzione: leggere i contenuti civili, sociali, politici, culturali del momento, sapere cosa propone e conoscere i valori dei libri”, spiega Scioscia. Un Pasolini o un Buzzati oggi non sono solo testi, ma oggetti con un valore culturale e di mercato che va compreso.

L’attività di ritiro è un esercizio continuo di mediazione: da una parte chi arriva convinto di avere “una collezione di tascabili che vale miliardi”, dall’altra chi non si rende conto di possedere un’edizione rara che vale molto di più. “La vendita è sempre una libera scelta: noi facciamo una valutazione, può riguardare cinque libri o un’intera biblioteca.” I casi di biblioteche vendute per trasferimenti all’estero o cambi casa sono “quasi quotidiani”.

Il paragone di Scioscia è con le auto: “Nell’usato è come vendere una macchina o una moto: uno pensa di avere qualcosa che vale di più, poi il concessionario o il privato gli dice che la quotazione è più bassa.” E c’è una variabile spesso sottovalutata: l’arrivo dell’edizione economica. “Chi ha un libro rilegato pagato 18-20 euro pensa di avere un certo valore, ma dopo pochi mesi esce il tascabile: il rilegato usato vale poco, perché in vendita c’è il nuovo economico a un prezzo simile.”

Sul fronte formazione, Libraccio investe sia internamente, sia esternamente con la Scuola per librai Umberto e Elisabetta Mauri. “Il 15-20% dei nostri librai ogni anno accede a corsi di formazione”, racconta Scioscia, che fa parte del comitato didattico della scuola.

Tra carte, schermi e diritti: come leggono gli italiani (secondo un libraio)

Da osservatorio privilegiato, Libraccio ha visto cambiare i lettori dal 1978 a oggi. Scioscia rifiuta il luogo comune del “si legge poco”: “In realtà la diffusione della lettura è molto cresciuta, gli argomenti si sono ampliati, c’è maggiore fermento letterario.” I giovani, dice, continuano a leggere, “ovviamente quelli che hanno più attitudine verso la lettura”, e non solo per dovere scolastico ma anche attraverso le loro passioni.

Uno dei settori più dinamici resta la narrativa per ragazzi, che “cresce anno dopo anno”, mentre l’editoria universitaria e professionale soffre di più la competizione di altri strumenti didattici. In controtendenza, però, si vede un ritorno alla carta, guidato proprio da Paesi che l’avevano quasi abbandonata.

“Nei Paesi del Nord, come la Danimarca, ci sono molti studi che oggi indicano carta e scrittura come elementi molto forti dal punto di vista didattico e dello sviluppo delle capacità cerebrali”, sottolinea Scioscia. Parallelamente aumenta l’attenzione all’“abuso degli strumenti digitali”, alla necessità di staccarsi dai monitor.

Su un tema sensibile come la “vita breve” dei libri, Scioscia distingue tra lavoro del libraio e ruolo degli editori. “Noi allunghiamo un po’ la vita commerciale dei libri, diamo una seconda vita con l’usato e i remainders, ma il lavoro di ripubblicare autori dimenticati o poco compresi è dell’editore.” Cita il caso di Fulvio De Luca, autore amatissimo in Germania ma poco in Italia, come esempio di potenziale da riscoprire.

Libertà editoriale, censura e casi mediatici

Che cosa significa essere “indipendenti” in un settore sempre più concentrato? Scioscia diffida della retorica. “La parola indipendente è abusata: indipendente vuol dire che faccio le mie scelte e sono indipendente da un gruppo editoriale”, chiarisce. In concreto, per Libraccio significa soprattutto una cosa: “I nostri librai scelgono l’assortimento.”

Non tutte le catene funzionano così: in alcune, racconta, l’assortimento è deciso centralmente, in altre solo in parte. Libraccio controlla il ritorno statistico – “se uno compra 100 copie e non ne vende una, avrà sbagliato l’acquisto” – ma non impone linee editoriali rigide.

Sulla questione censura, il principio è netto: Libraccio non fa censura preventiva, pur mantenendo dei limiti morali di base. “Se mi chiede se vendiamo Mein Kampf, le dico che vendiamo l’edizione usata all’università, commentata, non una versione apologetica”, spiega. E sui casi mediatici come il libro di Vannacci, Scioscia è tranchant: “Non ho nessuna simpatia per Vannacci, ma ritengo che gli sia stato fatto un clamoroso regalo dando così tanta pubblicità al libro.” Secondo lui, se fosse rimasto un’autopubblicazione su Amazon “non avrebbe venduto 2.000 copie”, mentre il clamore lo ha trasformato in caso editoriale.

“Il nostro ruolo non è essere censori”, insiste. “Un libraio può decidere di vendere solo libri sul mare, o di escludere alcuni autori, specie se è totalmente indipendente. Ma noi lavoriamo a tutto tondo con le case editrici: se un libro è in commercio e rispetta la legge, non facciamo censura preventiva.”

Customer experience, mistery shopping e ossessioni da dettaglio

Dietro l’immagine romantica del libraio c’è una macchina operativa che ragiona per KPI, ma con sensibilità di negozio di prossimità. Scioscia continua a visitare personalmente i punti vendita: “Per me è molto importante andare sul campo, vedere come sono assortite e gestite le librerie.” Con 69 negozi non riesce a passare ovunque con frequenza, ma la presenza sul territorio resta parte del lavoro quotidiano.

Ci sono regole auree: pulizia, illuminazione, niente fogli A4 attaccati con lo scotch in vetrina. “La grafica e la comunicazione devono essere curate”, ribadisce. Altrettanto essenziale è il servizio al cliente: educazione, attenzione “che non significa stare addosso, ma avere una visione a tutto tondo”.

Scioscia ammette di essere quasi “ossessionato” da un elemento: il telefono. “Mi fa diventare matto se non rispondono al telefono”, confessa. In pieno settembre, quando il sito – l’unico capace di offrire scolastica usata in quantità adeguate – si congestiona, molti clienti chiamano i negozi: “Tengo moltissimo che abbiano una risposta.” Per le urgenze è stato creato anche un indirizzo mail dedicato, ma la priorità resta “alzare la cornetta”.

Libraccio utilizza anche attività di mistery shopping per monitorare la qualità del servizio, dall’offerta della tessera fedeltà alla cura dell’accoglienza. Scioscia stesso alterna visite annunciate – “effetto Spic & Span, trovo tutto un po’ più in ordine” – ad ingressi “in borghese”, nei quali gli capita perfino di pagare e non essere riconosciuto.

La regola interna è semplice: il titolare paga i libri come tutti. “Non esiste il concetto che il titolare non paga: vado alla cassa e pago, è una regola aurea”, afferma. Racconta di aver comprato senza sconto, e senza tessera, l’ultimo libro di Vito Mancuso dopo una presentazione al Teatro Manzoni, facendoselo poi firmare.

Copiare bene è un’arte (e le librerie italiane sono le più belle)

Scioscia non ha problemi ad ammetterlo: “La prima regola è copiare”. Per anni ha guardato alla Francia e a un grande negozio di Lione, su quattro piani con scala mobile, da cui ha mutuato soluzioni grafiche e strumenti espositivi. Un esempio è l’etichetta “Occasione” applicata sul dorso dei libri, removibile ma visibile sia se il volume è esposto in piatto, sia a scaffale: “Quella è esattamente copiata”.

La concorrenza, sostiene, è anche fonte di ispirazione. Racconta di una sua visita alla nuova Feltrinelli di via Principe Eugenio a Milano: “È una libreria di quartiere, 180 metri calpestabili, molto bella: in Italia si fanno librerie bellissime, forse le più belle d’Europa.” Reduce da un viaggio a Vienna, si sente di dire che “in Europa non ci batte nessuno, che siano catene o indipendenti.”

Agende di carta, maratone e resilienza

In un mondo dominato dai tool digitali, Scioscia resta fedele alla carta, anche per l’organizzazione del lavoro. La sua agenda è una Bolaffi, usata ininterrottamente dalla metà degli anni ’90: prima arrivava omaggio via Messaggerie, oggi la compra e se la fa spedire. È fitta di cancellature, note, disegni fatti mentre è al telefono. “Non ho mai fatto il passaggio al digitale”, ammette.

La settimana tipo è un continuo spostamento tra Brianza, Bergamo, Vicenza, Rovigo, Ferrara, Bologna: viaggio spesso per impegni specifici, come il rinnovo di un contratto d’affitto, ma “ne approfitto per vedere i punti vendita, fare il giro lungo”.

L’oggetto che sceglie per raccontarsi è un quadro dedicato alla maratona di New York del 2004. Dopo la rottura del crociato giocando a calcetto, si iscrive e completa la sua prima maratona nel 2003; da allora ne correrà 18 in tutta Europa. “A 18 miglia pensi ‘chi me l’ha fatto fare?’, ma a 26,2 miglia ti è tutto chiaro”, sorride.

Per Scioscia maratona e Libraccio sono la stessa metafora: “Per fare il libraio devi essere resiliente, come per fare una maratona.” È un “mestiere di fatica, anche fisica”, di dettagli infiniti, di periodi in cui sembra che le cose non vadano, ma in cui alla fine “trovi la quadra”. E oggi, aggiunge, “resiste chi è veramente felice, chi ce la mette tutta: bisogna dar fondo alle proprie energie.”

Un’impresa di amici che non ha smesso di divertirsi

Uno dei dati più insoliti nella storia di Libraccio è la tenuta del gruppo dei fondatori. “Siamo un caso fortunato: si dice che i soci a lungo andare litigano, noi forse grazie all’humus di partenza oggi siamo più fratelli che soci”, racconta Scioscia. Non che non ci siano stati conflitti, ma “litighiamo per i dettagli, sulle cose di sostanza siamo sempre stati d’accordo”.

La coesione nasce in un clima politico e culturale molto diverso dall’attuale, quello degli anni ’70, vissuti in prima persona: militanza al liceo, ricordi nitidi del 1978, dal rapimento Moro all’omicidio di Fausto e Iaio. Scioscia oggi divora romanzi storici, in particolare Scurati, e ama le ricostruzioni del periodo 1972-1985: “Qualsiasi libro stia leggendo, lo interrompo per leggere Scurati.”

Alla domanda su come si definisce, “libraio” batte “imprenditore”: “Imprenditore mi fa un po’ tristezza, sarà la mia metà napoletana e la nonna svizzera, deportato in Brianza negli anni ’70”, scherza. Ma il dato economico è lì: una catena nazionale, un alleato industriale forte, centinaia di dipendenti.

In una vita parallela, confessa, sarebbe stato avvocato: “Studiavo Giurisprudenza, la giurisprudenza mi è sempre piaciuta, il mio avvocato dice che ho sensibilità legale.” Nella vita reale, però, il bilancio è netto: “Sono strafelice di aver fatto il libraio, di aver creato il Libraccio e di divertirmi ancora molto.”

Perché, conclude, “Libraccio è un mondo in cui i rapporti umani sono al centro del progetto: non esiste Libraccio senza una considerazione profonda per le persone”.

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