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‘Non chiamateci supermercati’: dentro il modello NaturaSì di Fabio Brescacin

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25.02.2026

Fabio Brescacin è uno dei pionieri del biologico italiano e con NaturaSì ha costruito, in quarant’anni, non solo una catena di negozi, ma un vero progetto di agricoltura, impresa e comunità che oggi interroga il Paese sul “vero costo del cibo”. Lo abbiamo intervistato a Money Vibez Stories, per parlare della sua storia e di quella della sua azienda.

Dal sogno biodinamico al primo negozio

La storia inizia a metà anni Ottanta, quando Brescacin ha poco più di trent’anni, una laurea in agraria a Padova e alle spalle il clima delle battaglie antinucleari e di una nuova sensibilità ecologica. All’università, racconta, “ci insegnavano a usare la chimica, i diserbanti, i fertilizzanti: il concetto era che non si può fare agricoltura senza veleni”.

Ma una visita in Carinzia, in un’azienda biodinamica, gli mostra che un’altra agricoltura è possibile: quella che oggi chiameremmo agroecologica, che rispetta la terra, rifiuta i prodotti chimici, punta a produrre cibo sano e a “prendersi cura della terra, non a sfruttarla”.

Nel 1985, invece di seguire il percorso “programmato” verso l’ingegneria, Brescacin sceglie la terra e apre un piccolo negozio cooperativo a Conegliano Veneto, assieme ad altre persone, tra cui un medico che aveva vissuto lo stesso disagio esistenziale in medicina: grandi progressi scientifici, ma assenza di una visione integrale dell’essere umano.

L’idea iniziale era fare un’azienda agricola, ma “non c’erano i soldi”, e così nasce un piccolo punto vendita, la prima cooperativa di consumo biologico della zona. Da lì, un percorso learning by doing, senza formazione manageriale, imparando sul campo a leggere un bilancio e a costruire un’impresa.

Oggi, a Conegliano, c’è “il negozio NaturaSì più grande d’Italia, quello che fa più fatturato”, in un territorio dominato dalla monocultura del Prosecco dove la loro azienda agricola rappresenta un’oasi alternativa: niente filari di Glera, ma vacche da latte, ortaggi estivi e autunnali, galline ovaiole, mele, foraggi e un’impostazione biodinamica completa. “Siamo a 25 metri sulle colline del Prosecco e abbiamo creato un’oasi dove non c’è una pianta di prosecco”, osserva con una punta d’orgoglio.

“Non chiamateci supermercati”: la piccola distribuzione come comunità

Oggi NaturaSì conta tra 300 e 350 punti vendita in Italia, tra diretti e in franchising, ed è percepita dai consumatori come “il supermercato del bio”. Un’etichetta che a Brescacin non piace: “Supermercato è una brutta parola… i nostri sono negozi”, insiste. La differenza non è solo semantica, ma di modello. La metratura è contenuta – il negozio più grande non arriva a 1000 metri quadrati – e la filosofia è quella della “piccola distribuzione” che punta su un rapporto il più possibile umanizzato con le persone.

“Non vogliamo una relazione anonima solo col prodotto e col prezzo”, spiega. “Ci piace pensare al negozio come a una comunità, una community che si crea attorno al punto vendita.” Il concetto di comunità attraversa tutta la governance dell’azienda: dai collaboratori ai fornitori, fino ai clienti fidelizzati, coinvolti in cene e incontri per rafforzare il senso di appartenenza. A Bologna, ad esempio, Brescacin racconta di una cena organizzata “con i clienti migliori di un negozio, gratuitamente, con me, i responsabili del punto vendita e altre persone” per condividere la missione dell’azienda.

Anche lo stile di leadership è coerente con questa impostazione. Brescacin concentra le riunioni in due giorni a settimana, dal lunedì al mercoledì, per dedicare il resto del tempo ai territori. “Io voglio entrare nei negozi, parlare con le persone, conoscere chi lavora e i consumatori”, spiega. Preferisce le riunioni in presenza e, quando può, si sposta lui dai collaboratori, convinto che “percepire la realtà” – vedere i luoghi, gli ambienti, i volti – sia fondamentale per prendere decisioni e trovare nuove idee.

Nei punti vendita, si muove spesso in incognito: chiede ai clienti come si trovano, domanda dove sono le zucchine, ascolta le risposte. Solo a volte qualcuno lo riconosce e rivela la sua carica. “I negozianti fanno una vita durissima, magari quarant’anni in negozio dalla mattina alla sera”, osserva. “Sentirsi parte di una comunità e percepire la presenza dell’azienda è importante, non solo per l’anima ma anche per il business.”

Una S.p.A. “donata” a una fondazione: come si disinnesca il nodo ereditario

Dal punto di vista giuridico ed economico, NaturaSì è oggi una società per azioni “normale, come tutte le altre S.p.A.”, ma con una peculiarità cruciale: i fondatori non ne sono più proprietari. “Noi fondatori abbiamo donato realmente la proprietà a una fondazione no profit”, la Libera Fondazione Antroposofica Toscana, che detiene la maggioranza delle azioni e ha il mandato di preservare la missione nel tempo.

La fondazione nomina il consiglio di amministrazione, l’amministratore delegato e il presidente, e rappresenta una sorta di scudo contro derive opposte alla vocazione originaria dell’azienda. “Se domani il mondo chiede OGM o armi noi non le possiamo fare, perché la missione dell’azienda è produrre in un certo modo”, sintetizza Brescacin. È anche un modo per disinnescare il problema del passaggio generazionale: i figli non hanno diritti automatici, “sono messi al pari degli altri” e possono entrare solo se competenti e motivati.

La scelta è ispirata a modelli internazionali come Bosch, Zeiss, Rolex e più recentemente Patagonia: imprese che hanno affidato la maggioranza delle quote a fondazioni per garantire continuità e indipendenza dai cicli ereditari o dalle logiche di breve termine dei fondi di private equity. Brescacin cita il caso di Robert Bosch, che lasciò il 10% ai figli “perché potessero mangiare” e il 90% a una fondazione, oggi alla guida di un gruppo con circa 90 miliardi di fatturato e oltre 400.000 dipendenti.

C’è anche un tema di destinazione dei profitti: “In una S.p.A. i profitti non vanno nelle tasche di Fabio che si compra lo yacht e va alle Maldive, ma nelle tasche di una fondazione che li usa per scopi sociali e umanitari”, sottolinea. Nel caso di NaturaSì, questo si è tradotto nella creazione di una scuola steineriana, dall’asilo alle superiori, e nel primo diploma riconosciuto italiano in agricoltura biologica e biodinamica. La fondazione ha acquistato anche una seconda azienda agricola di 25 ettari, trasformata in centro d’arte e cultura e affidata in comodato gratuito a un gruppo di giovani agricoltori che devono rispettare il divieto di usare chimica.

“Abbiamo tolto ai figli l’onere di doversi sentire obbligati a fare il nostro lavoro”, racconta. Il figlio di Brescacin, musicista, ne è felice: “È strafelice che non l’abbia costretto a fare il mio lavoro, che lui considera…”, scherza il presidente. Il punto, però, è che l’azienda viene considerata un bene comune, frutto del lavoro non solo dei fondatori ma di collaboratori, fornitori e clienti, che va preservato oltre le biografie individuali.

Il vero costo del cibo: meno chimica, più valore, più responsabilità

Il tema economico centrale del ragionamento di Brescacin riguarda il prezzo del cibo, e il suo “valore reale”. Dagli anni del dopoguerra, osserva, il sistema agroalimentare ha spinto verso un progressivo ribasso dei prezzi alla fonte, grazie a meccanizzazione, chimica e aumento delle rese per ettaro. Il risultato è che “abbiamo pagato il cibo sempre, sempre meno” e questo oggi crea una “grossa difficoltà alle aziende agricole”: molte hanno mollato perché non c’è redditività, i figli dei contadini scelgono altri mestieri, nessuno è più disposto a fare i sacrifici della generazione precedente a redditi bassissimi.

Un dato lo colpisce particolarmente: nel dopoguerra l’Italia contava 25 milioni di ettari coltivati, oggi sono 12,8 milioni, circa la metà. In parte per cementificazione e urbanizzazione, ma soprattutto per l’abbandono delle campagne. “Dare il giusto valore al cibo è un tema importantissimo”, afferma. “Significa riconoscere la qualità, l’apporto alla salute e garantire un futuro: se non paghiamo il cibo oggi, non avremo cibo domani.”

Proprio su questo NaturaSì si appresta a lanciare una campagna: “Sapete cosa costa veramente il cibo? Qual è il vero valore del cibo? Qual è il vero costo del cibo? Pago troppo poco? Pago il giusto?”, si legge in un claim che Brescacin mostra durante l’intervista. L’obiettivo è spostare l’attenzione dal prezzo immediato alla sostenibilità di lungo periodo del sistema agricolo, a partire dal suolo.

I dati FAO citati da Brescacin sono allarmanti: entro il 2050 il 90% dei suoli potrebbe essere degradato, mentre la popolazione mondiale aumenterà di 2,2 miliardi di persone da sfamare. Di fronte a chi sostiene che la risposta possa arrivare solo da OGM e carne sintetica, Brescacin replica che la priorità deve essere “curare la fertilità del suolo, rendere i terreni e le aziende resilienti di fronte al clima e alle tensioni geopolitiche”.

Sul nodo “biodinamico = mistica”, risponde con ironia: “C’è una sfortuna: funziona”. Cita l’esperienza di un amico che ha conversione 350 ettari vicino alla Pontina: “Lui dice: funziona. Voi scienziati che dite che è antiscientifica, spiegatemi perché funziona. A me non interessa che sia antiscientifica, a me interessa che funzioni.” Dopo cent’anni di storia, sostiene, le aziende biodinamiche si sono dimostrate tra le più attente alla fertilità del suolo, alla sostanza organica, alla biodiversità e alla costruzione di veri “organismi agricoli” complessi.

Il cambiamento passa anche dal piatto dei consumatori. Brescacin è convinto che “il biologico e il biodinamico, se fatti seriamente su tutti i terreni, potrebbero dare da mangiare a tutti”, ma il consumatore deve fare la sua parte modificando la dieta. Alcune scelte alimentari hanno un impatto ambientale molto più alto di altre: per produrre un chilo di carne bovina servono circa 12.000 litri d’acqua, contro i 2.000 litri per un chilo di frumento. Ridurre il consumo di carne, soprattutto rossa, è una delle leve più immediate per abbassare la propria impronta ecologica.

“Ogni consumatore deve ridurre il proprio impatto sull’ambiente, la propria impronta ecologica”, insiste. Gli agricoltori, dal canto loro, devono “curare ogni pezzetto di terra, mantenerlo vivo, sano, produttivo, resiliente”. Non c’è una soluzione unica, ma “ognuno può fare qualcosa”, a partire dalle scelte quotidiane: preferire i prodotti di stagione, accettare una dieta più sobria e semplice, fare un percorso graduale di cambiamento senza integralismo.

Fiducia, controlli e filiera programmata

Nei negozi NaturaSì, le referenze sono migliaia – circa 4.000, si stima – e la promessa implicita è che “tutto quello che vedo è sicuro, perché qualcuno lo ha controllato al millimetro”. Una responsabilità enorme, che Brescacin non nasconde: “È molto complicato”, ammette. “Noi viviamo della fiducia dei nostri consumatori e dobbiamo mantenere questo patto di fiducia.”

Per farlo, NaturaSì ha creato un “Gruppo agricoltura”, un servizio agronomico con tecnici che seguono le aziende agricole “quotidianamente”. Il lavoro si articola su più livelli: programmazione produttiva (ad esempio 20.000 quintali di grano per un certo anno, distribuiti tra circa 200 agricoltori), garanzia di prezzo ai produttori e di disponibilità ai negozi, controlli in campo sulle pratiche agronomiche, analisi dei terreni, monitoraggio delle fasi produttive e, infine, test sui prodotti in arrivo.

“Qualche cantonata la prendiamo, è capitato e capiterà ancora”, riconosce Brescacin. In alcuni casi, l’azienda ha deciso di smettere di vendere certi prodotti o di interrompere rapporti con fornitori. Ma rivendica un “tasso di rischio bassissimo” grazie al doppio pilastro dei controlli e della relazione umana: “Guardiamo non solo alla terra ma all’uomo. Se le persone sono oneste, se si crea un certo tipo di rapporto, se sentiamo che ci si può fidare, questo è importante quanto le analisi.”

Il rapporto con la stagionalità è un altro terreno di equilibrio tra rigorismo e realtà quotidiana. Idealmente, spiega Brescacin, “il consumatore sano mangia prodotti di stagione, che costano anche meno”, e sarebbe assurdo cercare pomodori d’inverno quando l’orto offre cavoli, verze, broccoli, finocchi, radicchi. Ma sa che la transizione richiede tempo: ci sono famiglie in cui magari la moglie è convinta del biologico e il marito chiede “fammi mangiare un po’ di pomodori”, o bambini che vogliono zucchine a gennaio.

All’interno della stessa azienda convivono posizioni più “fanatiche”, come lui definisce la sua, e altre più tolleranti. La scelta è di non essere esclusivi, di lasciare libertà alle persone, accompagnandole in un percorso: ridurre gradualmente la carne, magari iniziare con quella rossa, poi limitare le quantità; semplificare la dieta nel tempo, renderla più sobria, senza dogmi.

La dieta del presidente e la fatica di non mollare

La coerenza tra valori personali e progetto aziendale passa anche per la tavola di Brescacin. Da quarant’anni è vegetariano, “non fanatico”, con qualche eccezione dettata dal rispetto per chi lo ospita: in un’azienda agricola, di fronte a un allevatore che gli offre l’abbacchio frutto del proprio lavoro, non se l’è sentita di dire di no. “Vale più un rapporto sociale”, commenta. Negli ultimi anni è diventato più severo, controlla di più gli eccessi di pasta e carboidrati.

La sua colazione tipo è un piccolo manifesto di semplicità: muesli in acqua bollente, con uvetta, nocciole tostate, mezza mela a pezzetti, magari un po’ di miele o marmellata. “Sto benissimo così”, assicura. A pranzo, una “super insalata”; spesso la sera non mangia. Non propone regole assolute, ma una direzione: ognuno, dice, deve capire cosa gli fa bene in quel momento della vita, ma alcune regole di buon senso – ridurre e migliorare la qualità, semplificare, ascoltare il proprio corpo – sono valide per tutti.

Dietro l’immagine del presidente viaggiatore, presente nei negozi e sul territorio, c’è però anche la fatica di mantenere il timone in anni complicati. Alla domanda se abbia mai pensato di mollare tutto, Brescacin risponde senza esitare: “Quasi tutti i giorni.” Ci sono stati momenti “drammatici, dolorosissimi” in cui avrebbe voluto “mettere una bomba e far saltare l’azienda e tutti insieme”, dice con un’espressione provocatoria che restituisce la tensione accumulata.

A trattenerlo sono due forze: il senso di responsabilità verso le 1.500 persone che lavorano con NaturaSì, verso i contadini della filiera e verso i clienti, e la consapevolezza di avere una missione da portare avanti. “Le persone hanno un compito: non puoi mollare”, dice. La vita, aggiunge, si caratterizza proprio per questa alternanza: “Ci sono momenti in cui non ne puoi più, poi si riapre la luce, riparti, vai, poi ritorna il buio, poi vai ancora.”

Guardando indietro, dal 1985 a oggi, non si concede né trionfalismi né autoflagellazioni. “Si poteva fare meglio, sicuro”, ammette. “Ma abbiamo fatto quello che siamo riusciti a fare con le nostre forze.” E aggiunge, con uno sguardo già al futuro: “Per qualche anno ce l’abbiamo ancora davanti.”


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