Applicazioni tra le stelle: diario di una madre astronauta in contatto con la figlia e il pianeta Terra
Illustrazione di Giancarlo Caligaris e Ilaria Urbinati
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“Guarda cos’ho trovato in soffitta. Mi sa che era della nonna”. Nello schermo la bambina agita un oggetto di un verde sbiadito. Vorrebbe domandarle cosa sia, ma non può interagire. È un video registrato. Già è incredibile che ogni giorno possano sentirsi vicine a quel modo. Chissà se la start up che ha realizzato il prototipo dell’applicazione immaginava fin dove sarebbe arrivata. Non si poteva escludere che in futuro si spingesse ancora oltre. Che inviasse dati in forma di ologramma, o addirittura tridimensionale. In quel caso, lei potrebbe persino toccare l’oggetto che la figlia le mostra. Sembra una palla schiacciata.
“È un cestino” dice la bambina. “Ci metto i giocattoli del gatto”. Come ha fatto a non riconoscerlo? Uno dei cimeli della madre dei tempi della scuola. Presine all’uncinetto, ciotole di plastilina, pompon per berretti. Frutto delle ore di “applicazioni tecniche”. Roba sbilenca, il più delle volte realizzata di controvoglia, brutta già nelle premesse, concepita per tenere impegnate delle bambine che avrebbero di certo preferito giocare a palla nel cortile. “Lo capivamo da sole che questi oggetti sgraziati non sarebbero serviti a niente. Non si poteva impiegare quel tempo per imparare qualcosa di utile?” diceva la madre quando le mostrava il baule dei ricordi di scuola, fra i quali il cestino di rafia color acquamarina.
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