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Pizzaballa, il cardinale con la kefiah: “Un’altra ferita inflitta dalla guerra” /

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Una foto pubblicata sul sito del Patriarcato latino di Gerusalemme e scattata tra il 7 e il 10 marzo del 2024. mostra il carinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, mentre indossa una kefiah durante una visita pastorale nella città di Fuheis

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Roma, 30 marzo 2026 – “Non sarete dimenticati”. Il 20 luglio dell’anno scorso il cardinale Pierbattista Pizzaballa aveva celebrato messa nella Chiesa dalla Sacra Famiglia di Gaza, colpita pochi giorni prima dalle cannonate di un tank israeliano. E la sua voce, davanti alla comunità cristiana palestinese, era stata sovrastata più volte dalle esplosioni degli attacchi di Tel Aviv, vicinissime. Non si era scomposto, non si era fermato. Così come aveva mantenuto la voce ferma quando, dopo il 7 ottobre, si era offerto come ostaggio al posto dei rapiti israeliani.

Sono le immagini che rappresentano meglio di altre la figura del patriarca latino di Gerusalemme. Ordinato cardinale nel 2023 da papa Bergoglio, è un francescano schivo e severo, che più volte ha indossato la kefiah palestinese in segno di solidarietà, ma che ha costruito un profilo di mediatore capace di parlare a entrambe le comunità, ebraica e palestinese, pur restando esposto a critiche e pressioni crescenti. E non ha mai smesso di ricordare la sofferenza degli ultimi.

Molte cose cambiano dopo il 7 ottobre 2023, da Pizzaballa stesso definito uno spartiacque. In quei giorni drammatici, con Gaza devastata e migliaia di vittime, il patriarca parla di “cuore diviso”, e chiede con forza corridoi umanitari e la fine di una spirale che “non porterà a nessuna soluzione”. Condanna le violenze di Hamas – ammetterà poi di aver sottovalutato l’impatto del 7 ottobre – ma denuncia anche la sproporzione della risposta israeliana.

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Da allora il suo ruolo si fa sempre più operativo. Organizza una rete di aiuti per Gaza e Cisgiordania, cerca di sostenere una comunità cristiana palestinese sempre più fragile, colpita anche economicamente dal crollo dei pellegrinaggi, ridotti praticamente a zero negli ultimi due anni. Più volte entra personalmente nella Striscia con convogli umanitari, si fa garante della loro consegna, scegliendo una presenza diretta che lo espone a rischi e critiche ma ne rafforza l’autorevolezza. La sua credibilità lo porta a essere considerato addirittura fra i ‘papabili’ al conclave del maggio 2025, nel corso del quale sarà eletto Papa Leone XIV.

Negli ultimi mesi la voce di Pizzaballa si fa ancora più netta. Denuncia le violenze dei coloni in Cisgiordania, critica apertamente le scelte politiche israeliane.

Pronuncia anche parole molto chiare nei confronti delle guerre condotte in nome di Dio. E lo fa dopo l’inizio della guerra contro l’Iran: “La manipolazione del nome di Dio per giustificare questa o qualsiasi altra guerra è il peccato più grave che possiamo commettere in questo tempo. Dio è tra coloro che stanno morendo, che stanno male, che soffrono”. E poi ha parlato della situazione a Gaza, sulla quale si sono spenti i riflettori: “L’80 per cento è in macerie e non è iniziata alcuna ricostruzione, mancano i medicinali, anche gli antibiotici di base – ha detto – . La gente vive letteralmente nelle fogne, nelle tende. Le scuole sono quasi tutte distrutte”.

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Pochi giorni fa – prima ancora di sapere che non sarebbe potuto nemmeno entrare al Santo Sepolcro – aveva annunciato l’annullamento della tradizionale processione della Domenica delle Palme con parole piene di tristezza: “La durezza di questo tempo di guerra, che ci colpisce tutti, oggi si fa carico dell’ulteriore peso di non poter celebrare la Pasqua insieme e con dignità. Questa è una ferita che si aggiunge alle tante inflitte dal conflitto”. Parole che valgono anche oggi.

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