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Gas russo, il dilemma: l’impatto reale sulle importazioni e quell’arma di ricatto nelle mani di Putin

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17.04.2026

Il presidente della Russia Vladimir Putin

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Cercare di fare risparmiare le imprese oggi, per pagarla carissima domani. Riammettere le importazioni di gas russo ha limiti tecnici, strategici e politici. Per prima cosa c’è un evidente limite tecnico. Non esiste l’effetto elastico. I gasdotti nord stream 1 e 2 sono oggi in parte inutilizzabili, danneggiate o politicamente congelate. Ripristinare quei flussi richiederebbe interventi tecnici complessi, tempi lunghi e soprattutto un contesto politico stabile, che al momento non esiste. In pratica, si fa prima a finire la guerra. A questo bisogna aggiungere il fatto che, dal 2022, l’Europa ha investito massicciamente in terminali di gas naturale liquefatto (GNL), sistemi di rigassificazione e interconnessioni interne. Questo ha modificato la logica della rete: da un sistema orientato a pochi grandi flussi stabili via gasdotto. Modificare queste connessioni, richiederebbe tempo e denaro.

Questo dal punto di vista squisitamente tecnico. Ci sono poi quello economico e quello politico/strategico. Sul piano economico, il gas russo costa sicuramente meno del gas liquefatto, ma è anche più soggetto a sbalzi dovuti a choc politici improvvisi. E qui subentra il piano politico. Putin, sa che sul gas la Ue è più che ricattabile. Ne deriva che il ritorno del gas russo sarebbe messo sotto condizioni per Bruxelles molto difficili da accettare: la revoca delle sanzioni e lo stop agli aiuti dell’Ucraina. Se non dovessero avvenire la Russia potrebbe iniziare a ricattarci, alzando i prezzi o interrompendo direttamente la fornitura. In poche parole, quello che credevamo di risparmiare rischiamo di spenderlo da un momento all’altro.

C’è poi un nodo strategico. La rinuncia, traumatica al gas russo, ha impresso un nuovo dinamismo all’Ue per quanto riguarda l’investimento nella transizione energetica e nella differenziazione delle fonti. Tornare nelle braccia dell’oro blu di Mosca avrebbe una cascata di ripercussioni. I soldi da spendere per modificare le connessioni e riparare i gasdotti verrebbero tolti allo sviluppo di fonti rinnovabili e alternative.

In ultimo, un capitolo importante come la transizione energetica serve anche a compattare la stessa Ue, a farla diventare più resiliente e a far capire come modificare la governance per renderla più pragmatica e meno vincolata. Tornare al gas russo avrebbe ripercussioni gravi anche su questo tentativo di ripensare all’esistenza stessa dell’Ue. Oltre a un occhio alle finanze, adesso ci vuole una visione sul lungo termine.

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