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Stefania, la mamma dello studente Bocconi picchiato e accoltellato: “Mio figlio non sarà più come prima”

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08.04.2026

La brutale aggressione è stata ripresa da una telecamera dei portici in zona corso Como Grazie al filmato gli investigatori sono riusciti a identificare i cinque ragazzi: due 18enni e tre minorenni tutti italiani (uno nato in Egitto) di famiglie perbene residenti a Monza Sono accusati di tentato omicidio e rapina aggravata Hanno chiesto il processo con rito abbreviato

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Milano – “Mio figlio si alza e fa qualche passo, se sorretto. La strada per tornare ad avere una vita è ancora lunga. E di certo non sarà mai più come prima”. Stefania è la madre del giovane di 22 anni, studente della Bocconi, aggredito per 50 euro da cinque ragazzi (di cui tre minorenni) la notte del 12 ottobre in zona corso Como. Due fendenti lo hanno quasi dissanguato perforandogli tre arterie toraciche e lesionandogli il midollo spinale. Ha riportato danni gravissimi. Il mese scorso la Procura ha chiesto il processo con rito immediato per i due 18enni che erano stati arrestati insieme agli altri tre ragazzi il 18 novembre, con l’accusa di tentato omicidio e rapina aggravata. “Lo stesso è stato chiesto, in parallelo, per i minori – fa sapere la madre della vittima –. Da quel che sappiamo, hanno tutti scelto di essere giudicati con rito abbreviato”. Tutti italiani (uno nato in Egitto) residenti a Monza, i cinque erano stati individuati grazie alle indagini degli agenti del commissariato Garibaldi Venezia guidati dal dirigente Angelo De Simone e coordinati dal pm Andrea Zanoncelli e dalla Procura dei minori. Ragazzi di famiglie perbene, che dopo aver quasi ucciso il giovane avevano proseguito la serata come se nulla fosse, senza poi mostrare alcun pentimento.

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Suo figlio è ancora in ospedale?

“Sì. È in ospedale da 6 mesi. È deciso a riconquistare la sua vita, giustamente arrabbiato per quanto ha subito. Anche una volta dimesso dovrà continuare terapie e riabilitazione. Noi lottiamo con lui perché possa raggiungere il meglio, sapendo che un recupero totale è un miraggio, siamo appesi alla speranza. Mettiamoci tutti nei suoi panni, pensiamo a quando si è risvegliato e ha capito di non essere più come prima. Non sapeva neppure se sarebbe tornato a camminare. Combatte con il sorriso, supportato da tutta la sua famiglia, dagli amici, dallo staff del Niguarda, che ringrazio”.

Come trascorre il tempo? Ha ricominciato a studiare?

“Non ha ripreso gli studi. Legge, scrive, ha il suo taccuino e le sue penne. Ha una mente brillante. La terapia è molto impegnativa: tra visite, fisioterapia, supporto psicologico, non resta il tempo di fare molto altro. Ora il suo impegno è tornare a vivere. Noi familiari cerchiamo di essere ottimisti, di essere positivi. Non fa bene aggiungere una carica di rabbia. La giustizia arriverà”.

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Se potesse parlare ai ragazzi che lo hanno aggredito, cosa direbbe loro?

“Questa è una vicenda molto triste. Io direi loro che per mancanza di coscienza e di maturità, e anche per il diffondersi di una cultura violenta dovuta a un vuoto di valori, hanno messo in ginocchio sei famiglie, la nostra e le loro. Ma chi pagherà davvero le conseguenze per il resto della vita sarà mio figlio, per un’aggressione senza senso. Anche la nostra vita è cambiata. Io sono sempre con lui, da 6 mesi ho messo in pausa il mio lavoro di libera professionista e ho lasciato un altro figlio, solo, in un’altra regione”.

Gli aggressori e le loro famiglie si sono fatti sentire in questi mesi?

“Abbiamo ricevuto delle lettere dopo mesi di silenzio, che preferisco non commentare ora”.

Quella sera, dopo l’aggressione, suo figlio è riuscito a parlarle?

“No, era quasi morto. Io ero arrivata proprio quel giorno a Milano (non vivo qui) per raggiungere i miei figli studenti fuorisede e trascorrere qualche giorno insieme a loro. Appena ho saputo dell’aggressione ho raggiunto l’ospedale Niguarda in un quarto d’ora, mio figlio era già in sala operatoria e rischiava di morire. Non dimenticherò mai quella notte. Tutta questa storia ha innescato in me riflessioni”.

“Che la nostra vita è davvero appesa a un filo. Sembra banale ma un fatto del genere rende questo concetto tremendamente concreto. Ero venuta quel giorno a trovare i miei figli, serena, e oggi sono qui a ringraziare che uno di loro sia ancora vivo”.

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