Col coltello in classe. Giovani, rabbia e fragilità: cosa sta accadendo nelle scuole italiane
Negli ultimi mesi, gli episodi di violenza nelle scuole italiane sono diventati una presenza ricorrente nel dibattito pubblico, uscendo dalle cronache locali per occupare stabilmente l’attenzione nazionale: aggressioni tra coetanei, atti di bullismo, casi di violenza sessuale all’interno degli istituti, episodi di branco ripresi e rilanciati sui social. Fatti che scuotono famiglie, dirigenti, amministrazioni e alimentano un senso di inquietudine diffusa. Le scuole, tradizionalmente percepite come luoghi di formazione e protezione, sembrano talvolta trasformarsi in spazi attraversati da conflitti e sopraffazioni, dove la sicurezza fisica ed emotiva non può più essere data per scontata.
Il metal detector a scuola la trasforma in uno spazio di sospetto permanente. E sposta il problema senza risolverlo
Dietro questi episodi ci sono volti e storie che non si lasciano ridurre né all’allarmismo del “è peggio di prima” né a risposte esclusivamente punitive. Parlano di un disagio più profondo, che investe i legami educativi, le reti di relazione, l’immaginario collettivo. La domanda è tanto semplice quanto urgente: stiamo assistendo a un’escalation reale di violenza tra giovanissimi o stiamo finalmente vedendo ciò che prima restava sommerso?
Per provare a rispondere abbiamo parlato con Maria Antonietta Gulino, presidente del Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi. La sua posizione tiene insieme entrambe le dimensioni.
"Probabilmente tutte e due”, spiega. “Oggi vediamo di più: social, media e una sensibilità pubblica diversa rendono visibili episodi che un tempo restavano confinati nei corridoi delle scuole. Ma non possiamo ignorare il contesto storico in cui questi ragazzi stanno crescendo: pandemia, isolamento, precarietà sociale, incertezza diffusa. La violenza non nasce mai dal singolo. È un fenomeno........
