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Dove può arrivare il prezzo di gas e benzina? /

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03.03.2026

I prezzi alla pompa hanno già cominciato a salire

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Roma, 3 marzo 2026 – Il conto del conflitto esploso in Medio Oriente si paga, letteralmente, alla pompa di benzina. Già questa mattina, infatti, gli automobilisti italiani si sono imbattuti in prezzi dei carburanti schizzati ai livelli più elevati da oltre un anno: il diesel self-service ha toccato quota 1,728 euro al litro, la benzina si attesta a 1,673 euro al litro.

E il peggio, dicono gli analisti, deve ancora venire: i prezzi attuali, infatti, non riflettono ancora pienamente l’impennata delle quotazioni petrolifere registrata in mattinata, quando Brent ha toccato picchi del +14%, arrivando a 82,37 dollari al barile – il livello più alto da oltre un anno, ovvero da gennaio 2025 –prima di stabilizzarsi intorno ai 79 dollari, con un rialzo comunque del 9%. La soglia dei 100 dollari a barile è ora indicata come possibile scenario di breve termine in caso di persistenza della crisi. Parallelamente ai carburanti liquidi, è stato il gas naturale a registrare la crescita più importante. Ad Amsterdam le quotazioni dell’indice Ttf sono esplose, con un balzo del +40%: siamo ai livelli massimi da un anno.

I rincari conseguenza della chiusura di Hormuz

A pesare è soprattutto il blocco dello stretto di Hormuz dal 28 febbraio: questo lembo di mare tra l’Iran e la penisola arabica è un passaggio chiave per tutti gli esportatori del Golfo: dal Kuwait all’Iraq, dal Qatar all’Arabia saudita, passando per gli Emirati. Da qui passano flussi enormi di greggio e gnl (gas naturale liquefatto): almeno il 20% del consumo mondiale di petrolio, pari a oltre 20 milioni di barili al giorno, e altrettanto gas naturale liquefatto, in particolare quello proveniente dal Qatar e dagli Emirati Arabi. Finché non sarà riaperto, permarrà l’incertezza e, dunque, la spiccata volatilità dei mercati: è quanto afferma Davide Tabarelli, presidente e fondatore di Nomisma Energia. A lui abbiamo chiesto se sia possibile, in queste ore così concitate, prevedere un tetto massimo di rialzo per i prezzi dei carburanti e delle forniture di gas: “chi si avventura in previsioni – risponde – rischia seriamente di sbagliarsi. L’estrema incertezza e la volatilità dei mercati, fortemente esposti ai timori del momento, impediscono di formulare previsioni. Non si può negare, tuttavia, che i prezzi di benzina e gasolio, nonché del gas, continueranno a risentire dell’andamento sui mercati internazionali”.

Ipotesi sugli effetti a lungo termine

L’auspicio, naturalmente, è che il blocco dello stretto si risolva in breve tempo: ma cosa potrebbe succedere, invece, se l’interruzione dei flussi fosse duratura? Il prezzo del greggio potrebbe continuare ad aumentare, con effetti recessivi sull’economia globale. Nel nostro Paese, in particolare, i rincari dei carburanti colpirebbero i settori della logistica e dei trasporti, riflettendosi sui consumi delle famiglie. L’industria manifatturiera perderebbe ulteriore competitività e l’inflazione ritornerebbe a correre, dopo aver già subito un’accelerazione nel mese di febbraio, secondo le stime preliminari rilasciate oggi dall’Istat. Ancor più fragile è il fronte del gas naturale liquefatto. Il Qatar, secondo esportatore mondiale dopo gli Stati Uniti, dipende interamente dallo stretto di Hormuz. Il blocco totale e duraturo farebbe schizzare alle stelle i prezzi spot del Gnl, fino a valori superiori a quelli toccati dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Rischiamo di affrontare una crisi paragonabile allo shock petrolifero del 1973? Davide Tabarelli rassicura: "non siamo nel 1973, né nel 2022, anno in cui esplose la guerra russo-ucraina. Ricordiamo che, nell’estate 2022, il prezzo del gas naturale europeo (Ttf) ha raggiunto il picco dei 340 euro/Mwh, a seguito dell’interruzione dei flussi russi. Oggi, per quanto si sia registrato un aumento significativo rispetto alle scorse settimane, siamo a 47 euro/Mwh. Tuttavia, questi eventi dimostrano quanto sia ancora debole e poco lungimirante la strategia di approvvigionamento energetico perseguita dall’Unione europea”.

Paesi Ue a rischio crisi energetica

Esattamente come all’indomani dello scoppio del conflitto in Ucraina, infatti, i Paesi Ue mancano di quella “ridondanza di capacità” - così la definisce Tabarelli - che consente di coprire eventuali emergenze. Negli ultimi quattro anni, come risposta alla guerra in Ucraina, i Paesi europei, anziché potenziare le produzioni nazionali, hanno aumentato la dipendenza dalle forniture di Gnl via mare, in sostituzione del gas russo. Considerata la prospettiva di maggiore domanda durante i mesi estivi – dovuta alla necessità di rimpinguare le scorte per affrontare i successivi mesi invernali (stagione 2026/2027) – la sospensione delle forniture qatariote, comportando una drastica riduzione dell’offerta globale, si tradurrà in un aumento generalizzato dei prezzi. “L’assenza della ridondanza di capacità – conclude il presidente di Nomisma energia - a distanza di quattro anni da un conflitto russo-ucraino la cui risoluzione è ancora di là da venire, è, oggi, il grande problema europeo".

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