Hoepli in liquidazione, la battaglia di Giovanni Nava: “Io continuo a lottare. I soldi? Non mi interessano”
Giovanni Nava detiene il 33% delle quote di Hoepli spa
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Milano, 12 marzo 2026 – “Agiremo secondo legge, senza riserve, perché andare a distruggere un patrimonio familiare e culturale è una cosa mostruosa. Mi opporrò a questo e a una gestione opaca che continua ad escludermi. Dov’è finito il nostro ruolo a tutela della cultura? Siamo una colonna della storia di Milano”.
Giovanni Nava, nipote di Bianca Hoepli, è un fiume di memorie e rivendicazioni. Non è disposto a lasciar tramontare la casa editrice di famiglia senza lottare, nonostante i soci di maggioranza (il ramo primogenito, quindi i figli di Ulrico Carlo Hoepli, Barbara, Matteo e Giovanni) abbiano decretato la liquidazione dell’attività.
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Una decisione che ha inasprito le scissioni tra i familiari...
“Circa otto mesi fa i miei cugini mi hanno offerto denaro per uscire dalla società. Ma io ho i miei diritti e li esprimo nel voler salvare la Hoepli e non nel prendere i soldi e andarmene alle Bahamas”.
Quanto le hanno offerto?
“Più di dieci milioni”.
Lei era presente alla riunione del Cda?
“Sì, mi sono opposto, ma non sono stato preso in considerazione”.
Perché non è d’accordo?
“Non ha senso suicidarci senza fare nemmeno un tentativo di gestione di un debito che tra l’altro è frutto di un’amministrazione monolaterale che non condivido”.
Parla dell’ammanco di un milione nell’ultimo bilancio?
“Sì, ma a fronte di sei milioni di incassi che ci derivano dalla vendita dell’immobile avvenuta lo scorso anno. Incassi e poi chiudi l’anno dopo? Qualcosa non quadra”.
Quindi non crede che il vero problema sia di carattere economico, anche in uno scenario futuro di flessione del mercato dell’editoria?
“Vendiamo libri da 156 anni. Siamo sempre stati al passo con i tempi, non vedo perché non dovremmo farlo ancora”.
“Certo. Se un animale è ferito, diventa preda. Un terzo dice: beh, se non compro io compra un altro. Ma questo non ha senso. Vogliamo la nostra integrità”.
Se si facesse avanti una realtà terza, come Mondadori, lei cosa farebbe?
“Sono dei grandi professionisti, ma deve trattarsi di una collaborazione. Presumo che il piano B dei soci di maggioranza sia quello di una vendita ma deve essere fatta in trasparenza e noi siamo esclusi”.
Qual è il suo piano B?
“Continuo a cercare un punto di incontro, ma deve essere sulla gestione: pulita e con professionisti terzi, che non siano solo io o i miei familiari, peggio ancora di un ramo soltanto, per il bene della casa editrice, della libreria e dei soci”.
Ma perché non si arrende?
“È una scelta etica. Non ho figli, ho perso i miei genitori e mia nonna è stata l’ultima a mancare. Lei ha lottato per me”.
Si riferisce alla battaglia legale?
“Sì, in Svizzera abbiamo condotto una causa decennale e abbiamo ottenuto con sentenza definitiva la restituzione delle quote che tratteneva mio zio. La cassazione italiana si esprimerà a breve e potrebbe confermare quanto già stabilito all’estero. Ma nonostante io sia ora la persona fisica con il maggior numero di quote, il 33%, resto in minoranza e non mi è permesso l’accesso alla gestione. Mi hanno mandato una pec: tra otto giorni chiudiamo. Si può immaginare com’è difficile capirsi reciprocamente”.
Conosce l’avvocato che si occuperà della liquidazione?
“Certo. L’avevo già visto in aula contro di noi. Quando si mettono insieme i pezzi, l’immagine è leggibile”.
Il primo ricordo bello che le viene in mente della sua famiglia?
“La nostra vita nelle generazioni precedenti è sempre stata molto sobria: stavamo su un tavolo di marmo consumato, non usavamo nemmeno la tovaglia. Ho una bella immagine dello zio Gianni che tornava dalla libreria sempre allegro, generoso. Lui amava davvero la cultura, aveva una passione per la scienza e la tecnica incredibile. Siamo sempre stati generosi e mecenati. Questa situazione oggi è una stortura mostruosa che va frenata. Dobbiamo rispettare quello che hanno creato e dare un futuro”.
Andrà al flash mob alla Libreria Internazionale indetto dai sindacati?
“Sì, ci sarò. Mio bisnonno era molto riservato, diceva: “Pour vivre heureux, vivons cachés“ (per vivere felice bisogna vivere nascosti, ndr). Oggi però ci metto la faccia. Sono costretto a parlare. Penso anche alle lavoratrici e ai lavoratori che hanno il diritto di essere sereni; sono molto leali, amano la nostra casa editrice che ha una grande storia e che rimane in piedi grazie a loro. Il loro lavoro va rispettato. Se dobbiamo fare un accordo con altri ben venga, ma prima di tutto ci vuole trasparenza”.
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