Tutti usano l'AI di qualcun altro. Qualcuno ha deciso di costruirsi la propria
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Tutti parlano di intelligenza artificiale come se fosse una piazza pubblica, aperta, accessibile, condivisa. Ma cosa succederebbe se quella piazza si trasformasse in un salotto privato? Quando l'intelligenza artificiale smette di essere uno strumento di massa e diventa il tuo assistente personale, addestrato solo su ciò che scegli tu, che conosce solo ciò che gli permetti di sapere?
È esattamente questa la domanda che ha portato Davide Cuttini a fondare Brainyware: un'azienda giovane, italiana, con le mani piantate in una delle frontiere più strategiche e meno discusse dell'AI contemporanea. Non come renderla più potente, ma come renderla sicura, sovrana, privata. Per le aziende che non possono (e non devono) permettersi di lasciare che i propri dati escano dalla porta.
Lo abbiamo invitato al tavolo di Tech Talks, e la conversazione che ne è nata apre stanze nuove su cui vale la pena tornare a riflettere.
Chi è Davide Cuttini e cos'è Brainyware
Brainyware esiste da più di due anni. È nata in un momento in cui tutto il mondo della tecnologia era ancora in stato di ebbrezza collettiva per l'arrivo di GPT-3.5 nel 2022, il modello di OpenAI che aveva scatenato e animato gli animi sull'utilizzo dei modelli linguistici. Ma mentre tutti esploravano le possibilità, Cuttini e il suo team si ponevano già una domanda diversa: chi controlla i dati che questi modelli consumano?
"Già due anni fa noi ci eravamo posti il problema della riservatezza del dato," racconta Cuttini. "L'idea era quella di costruire una soluzione che fosse sia hardware che software per poter fare intelligenza artificiale nelle imprese. Una soluzione integrata, non solo software, perché il problema della privacy nell'AI non si risolve con un'applicazione: richiede un ripensamento profondo dell'infrastruttura su cui i dati vivono e vengono elaborati”.
Il problema che nessuno vuole nominare: i nostri dati nutrono le AI degli altri
Per capire perché esiste Brainyware, bisogna capire come funzionano i modelli AI che conosciamo. Nella quasi totalità dei casi, si tratta di servizi in cloud: i dati che inseriamo (testi, documenti, conversazioni, strategie aziendali) viaggiano verso infrastrutture remote di grandissime dimensioni, vengono elaborati lì, e la risposta torna indietro.
Il problema? "Ci sono state una serie di casistiche per cui le nostre conversazioni con queste intelligenze artificiali venivano più o meno divulgate erroneamente, oppure succedeva che venivano utilizzate per allenare il modello stesso. "I modelli linguistici, ricorda Cuttini, si nutrono di dati, si nutrono di testo. È la loro materia prima. Ed è evidente che, nonostante le promesse legate alla protezione della privacy, i dati aziendali siano estremamente appetibili per le grandi corporate che gestiscono questi sistemi.
La posta in gioco è altissima: "Le aziende, per mantenere un proprio vantaggio competitivo, dovrebbero iniziare a pensare, se non l'hanno già fatto, a proteggere quella che è la propria conoscenza, il proprio vantaggio competitivo, i propri progetti, i propri brevetti. Questo è quello che facciamo."
È un punto che vale la pena interiorizzare. Ogni volta che un'azienda usa ChatGPT, Gemini o Claude con i propri documenti riservati, accetta (di fatto e spesso implicitamente per contratto) di mettere a disposizione quei dati. Non necessariamente per fini malevoli, ma le........
