Carofiglio: “Voterò No al referendum, la riforma indebolisce l’autonomia della magistratura”
Lo scrittore Gianrico Carofiglio (Photo by Roberto Serra - Iguana)
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Partiti e comitati in fermento per le ultime tre settimane di campagna referendaria. Con il fronte largo del no che si prepara alla sfida finale. L’appuntamento è in piazza a Roma, a lanciarlo il comitato ‘Società civile per il No’ presieduto da Giovanni Bachelet. Dopo giorni di lavoro sottotraccia, prende forma così la chiusura di una campagna cominciata al centro congressi Frentani lo scorso 10 gennaio. Con un format simile all’evento di debutto. Sul palco, accanto alle associazioni che animano il comitato, sono attesi i leader Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. E come nell’evento di inizio anno, non è esclusa la presenza del segretario della Cgil Maurizio Landini. Manca ancora qualche passaggio prima di ufficializzare la data, con le ultime valutazioni che oscillano su due possibili opzioni: il 18 o il 19 marzo.
Anche il fronte del Sì è pronto a spingere sull’acceleratore, con un faro puntato sugli ultimi sondaggi. “Sui sondaggi assistiamo a rilevazioni diametralmente opposte”, spiega l’azzurro Enrico Costa. Che commenta così i dati di due distinti sondaggi. Per la rilevazione dell’Istituto Piepoli effettuata per QN, con una stima dell’affluenza al 45%, il Sì raggiungerebbe il 54%, mentre il No si fermerebbe al 46%. Diversa la previsione di YouTrend, secondo cui il No sarebbe avanti con il 53,1% nello scenario con affluenza bassa, mentre in quello con affluenza alta sarebbe appaiato al Sì con il 50%. Nelle ultime settimane, comunque, la percentuale del no risulta cresciuta. Ed è proprio la ‘rimonta’ del No a impensierire i partiti di maggioranza.
Gianrico Carofiglio, sul referendum sulla giustizia lei è per il No. Perché?
“Sono per il No perché questa riforma non affronta i problemi reali della giustizia italiana e, al tempo stesso, interviene su equilibri costituzionali delicatissimi. Non incide sui tempi dei processi, sull’organizzazione degli uffici, sulla qualità delle decisioni. Rischia invece di indebolire l’autonomia della magistratura, che non è un privilegio corporativo ma una garanzia per i cittadini”.
Si parla di riforma della giustizia, ma in realtà è la riforma della magistratura. Che incidenza avrà sull’efficienza del sistema giustizia?
"Un’incidenza pressoché nulla. L’inefficienza del sistema dipende da fattori strutturali ben noti: carenze di organico, personale amministrativo insufficiente, organizzazione diseguale degli uffici. Questa riforma non interviene su nulla di tutto ciò. È una riforma che altera l’equilibrio dei poteri e non migliora il funzionamento della giustizia. Una parte grave della riforma è quella che prevede il sorteggio per la nomina dei componenti del Consiglio superiore della magistratura. Si tratta di un organo di rilievo costituzionale e affidarne la composizione al caso è come scegliere per a caso i membri di di un collegio medico che deve autorizzare un trapianto. Il sorteggio non seleziona competenza e autorevolezza, ma introduce una logica casuale dove servirebbero responsabilità e legittimazione”.
Ma non crede che il sistema delle correnti abbia creato danni alla giustizia e reso gli stessi magistrati una categoria squalificata agli occhi dei cittadini?
«Le degenerazioni correntizie vanno affrontate senza ambiguità. Ma trasformare una critica necessaria in una delegittimazione complessiva della magistratura è un errore grave. La risposta non è smontare l’autogoverno, ma renderlo più trasparente e responsabile”.
Un tema chiave è la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e inquirenti. Perché la ritiene sbagliata?
“Perché sposta il pubblico ministero verso una posizione più esposta al potere esecutivo. Nei sistemi a carriere separate l’accusa è spesso più vicina alla politica. Un giudice è davvero terzo solo se l’accusa è indipendente quanto lui”.
Che cosa cambierà con l’istituzione di un’Alta Corte per i procedimenti disciplinari?
“Si introduce un’anomalia difficilmente giustificabile: un organo che giudica in primo grado e poi in appello sulle proprie stesse decisioni. È una soluzione che contrasta con i principi elementari di imparzialità”.
Il referendum appare profondamente polarizzato a livello politico, eppure lo stesso centrosinistra si era espresso per la separazione delle carriere. Che cosa è cambiato? È solo un No ideologico?
“Non è cambiato il principio astratto, è cambiato il contesto. Oggi la separazione delle carriere è inserita in un disegno complessivo che indebolisce l’autonomia della magistratura. Le riforme si valutano per gli effetti sistemici che possono provocare e non in base a slogan e demagogia”.
Si tratta comunque di quesiti molto tecnici. Come spiegherebbe all’uomo della strada che cosa potrebbe cambiare dopo il referendum?
“Direi questo: se vince il Sì, non avrà processi più rapidi né sentenze migliori. Avrà una magistratura più esposta ai condizionamenti politici. Se vince il No, resteranno problemi seri da affrontare (e bisognerà farlo), ma anche un equilibrio costituzionale che tutela i diritti dei cittadini".
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