Non solo energia, effetto domino: “Impatto della guerra anche in agricoltura”
L’economista Giraudo: le ripercussioni non si limitano agli idrocarburi, avremo ritardi sui concimi
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Roma, 11 marzo 2026 – Lo Stretto di Hormuz è vitale ma non solo per il petrolio. Alessandro Giraudo, economista, professore di Geopolitica delle materie prime e gestione dei rischi all’INSEEC di Parigi, autore di numerosi libri sull’argomento fra cui ’Storie straordinarie delle materie prime’ edito da ADD-Torino, ci avverte: non limitiamoci a preoccuparci delle petroliere ferme. “Se guardiamo solo il petrolio facciamo un errore perché osserviamo il mondo con un solo occhio. Il Medio Oriente, grazie al petrolio e all’energia, produce 5 milioni di tonnellate di alluminio all’anno. La bauxite, alla base dell’alluminio, è prodotta altrove, però nei Paesi arabi c’è l’energia: l’alluminio è 50% di bauxite e 50% di energia. E non solo”.
L’alluminio è fondamentale per la nostra industria.
“Come la plastica, che è petrolio e gas trasformati in materia solida, anche questa prodotta tra Iran e Paesi vicini. E i concimi azotati fabbricati per l’85% con il metano. Il Medio Oriente è un enorme centro di trasformazione di prodotti che hanno bisogno di energia. E il prodotto finale bisogna esportarlo”.
Hormuz è fondamentale non solo per le petroliere?
“Lo stretto di Hormuz è formato da tre corridoi larghi 2 miglia ciascuno: uno per l’entrata nel Golfo, l’altro per l’uscita e uno per la sicurezza. Le manovre sono difficili, in totale è largo meno di 10 chilometri. Abbiamo un valore di 25 miliardi di dollari attualmente caricati su navi dirette verso il golfo d’Oman che non riescono a uscire. E ci sono altre navi che devono entrare. Per Hormuz passa il 20% del commercio mondiale, non solo di petrolio, di tutto. Per Malacca ne passa il 25-28%, per Bab el Mandeb (Mar Rosso) il 12-15%, a Panama solo il 5%. Con Suez sono 5 punti strategici. Se ne inceppa uno, si va a ramengo”.
’A ramengo’... ovvero?
“Significa che oltre all’energia, non ci rendiamo ancora conto che avremo enormi ritardi nella consegna dei concimi. E in aprile inizieremo a seminare mais, soia e altro. Abbiamo bisogno continuo di plastica e alluminio. Per ora reggiamo, ma stiamo importando da Paesi che producono le stesse cose: ad esempio dalla Russia”.
“La Russia esporta meno gas verso l’Europa, quindi i russi trasformano il gas in concime e ce lo esportano. Se l’Europa volesse bloccare davvero tutte le esportazioni russe, dovrebbe fare una lista completa delle plastiche, dei concimi e così via”.
Diminuire i concimi si può?
“Nel 1950 sulla Terra eravamo 2,5 miliardi, oggi siamo 8,2 miliardi. La superficie dedicata alla coltivazione è aumentata in questo periodo solo del 7%. Il balzo della produttività per nutrire la popolazione è favorito da tecnologia e concimi. Un problema sui concimi può creare disequilibri e sarebbe molto grave”.
Le ricadute sull’agricoltura destabilizzano solo l’Europa?
“Se questa maledetta guerra durerà molto tempo avremo molti problemi che Trump non dovrà affrontare perché l’America ha un surplus di energia domestica: il prezzo del gas in Europa è
di 5 volte superiore a quello che pagano gli americani che consumano il gas che hanno sotto i loro piedi; noi dobbiamo importarlo sotto forma di LNG, cioè liquefarlo (abbassandone la temperatura a meno 162 gradi), poi trasportarlo ed infine rigassificarlo, con enormi costi e tempi”.
L’Europa rischia la deindustrializzazione?
“Nel mio libro ‘Materie prime, dazi e guerre’, in uscita il 15 aprile per add editore, dico che l’Europa soffre la sindrome del Giardino dei ciliegi di Chekhov: la ricca famiglia vende i suoi beni all’ex servo arricchito”.
In pratica è anche una crisi di disponibilità?
“Ci sono due crisi: una legata ai prezzi che stanno salendo, l’altra alla disponibilità delle materie prime fondamentali per l’Europa che possiede solo di tecnologia e competenze. Se manca l’input, salta. Anche per tecnologia Intelligenza artificiale serve una quantità enorme di energia”.
Quanto possiamo reggere alla chiusura di Hormuz?
“Se sono 3 o 4 settimane, riusciamo a stare a galla perché abbiamo scorte, se dura molto di più, tipo 6 mesi, sarà durissima. Perderemmo almeno l’1% del Pil mondiale, l’inflazione salirebbe dell’1 /1,5 % e la Bce invece di reagire con un abbassamento dei tassi per rilanciare l’economia, dirà che deve lottare contro l’inflazione e farà risalire i tassi. Ma quando l’inflazione cresce perché i prezzi delle materie salgono, un incremento dei tassi ottiene un risultato negativo. Spero Lagarde ascolti meno i tedeschi e più Panetta”.
Se Trump decide che è finita, si torna come prima?
“Le navi usciranno dal Hormuz lentamente. Nello stretto, come a Suez, transitano fra gli 8 e i 12 nodi, mentre in genere le petroliere viaggiano a 12/15 nodi e i portacontainer fino a 22 nodi. Però ci potremo salvare...”.
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