Il premierato diventa l’obiettivo
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Roma, 23 marzo 2026 – Se vince il Sì, la premier Giorgia Meloni e la coalizione di centrodestra si sentiranno e saranno oggettivamente rafforzate dal consenso plebiscitario e legittimate a spingere sull’acceleratore dell’azione di governo. A cominciare dalle altre riforme in programma e la prossima manovra finanziaria. Augurandosi che questo consenta di fronteggiare o, alla peggio, dissimulare i nuovi scenari di potenza internazionali e guerra in Medioriente che vedono l’Europa sempre più ai margini, inerte e in crisi di crescita. Di contro, l’opposizione di centrosinistra si troverà a incassare una sconfitta e un ridimensionamento delle aspettative inattesi dopo l’euforia che ha contraddistinto la rimonta del No. Il che, tuttavia, non è minimamente destinato a incidere sulle leadership di Elly Schlein nel Pd e men che mai di Giuseppe Conte nei 5 Stelle. I fautori del Sì interni alla coalizione e allo stesso Pd avranno ben donde di chiedere rappresentanza per sé e per le posizioni “riformiste” moderate. Il che è destinato a ripercuotersi nella costruzione della coalizione e nella composizione delle liste del Pd. Mentre la sfida a veti incrociati – tra Conte e Schlein – sulla premiership dovrebbe veder progressivamente appannarsi la prospettiva delle primaria in favore della ricerca di un nome che unisca tutta la coalizione.
Governo e maggioranza si avvantaggerebbero della successo del Sì anche più di quanto non significhino il merito e il valore politico della riforma costituzionale della magistratura. Le nubi che si addensano sull’Europa in conseguenza del quadro internazionale e della guerra in Medioriente minacciano infatti i progetti dell’esecutivo. A cominciare dalla prossima finanziaria 2027 programmata per essere generosamente “espansiva”, ma i cui saldi potrebbero essere in parte vanificati da una ripresa dell’inflazione in un contesto di stagnazione della crescita.
Una vittoria del Sì, intesa come investitura plebiscitaria al governo e la premier, sarebbe utile per distrarre in parte la cittadinanza rispetto alle conseguenze economiche nefaste delle crisi internazionali. Ma servirebbe ancor più a imprimere un’accelerazione sulle altre riforme in agenda del governo: dal premierato all’autonomia differenziata, passando per la legge elettorale. Il proporzionale con vincolo di coalizione e premio di maggioranza che la maggioranza intende sicuramente approvare in tempi brevi comunque vada il referendum e in fondo dispiace più ai 5 Stelle che al Pd. Ma sarebbe plausibile anche che Meloni, legittimata dal consenso plebiscitario, si impegni a far approvare entro la fine della legislatura il premierato, che considera “madre di tutte le riforme”, in modo da sottoporlo a referendum dopo il voto politico del 2027, dove il centrodestra rimane avvantaggiato. Per quanto mettere mano alla forma di governo sia sempre pericoloso. Anche se i veri pericoli per il governo rimangono legati al contesto economico e internazionale. Frastornato dalla sconfitta, il centrosinistra non potrebbe invece che serrare le file, come del resto farebbe anche se vincesse il No. Di fronte all’investitura popolare alla maggioranza e la premier, certo, qualcuno porrebbe l’esigenza di rimodulare certi toni risultati meno efficaci di quanto previsto, Ma in realtà non cambierebbe alcunché. Anzi. La dimensione plebiscitaria del consenso alla riforma potrebbe ulteriormente avvalorare l’allarmismo democratico.
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