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Tutto sugli Oscar: P.T. Anderson e il trionfo anti-Trump nella notte più apolitica

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16.03.2026

Oscar 2026: P.T. Anderson, Teyana Taylor, Ewan McGregor e Nicole Kidman

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Los Angeles, 16 marzo 2026 – "All You Need is Love“ canticchiano Nicole Kidman e Ewan McGregor, già coppia da sogno nel musical "Moulin Rouge", subito prima di annunciare che l'Oscar al miglior film va a "Una battaglia dopo l'altra" di Paul Thomas Anderson. La (segreta?) parola d'ordine: "anestetizziamo" il più possibile tutta la cerimonia degli Academy Awards da qualunque possibile affondo anti-Trump è in questo caso contraddetta dalla scelta dei votanti: il maggior premio, insieme ad altri 4 (regia; sceneggiatura non originale - da “Vineland” di Thomas Pynchon; attore non protagonista - l'assente e Academy-dissidente Sean Penn; casting; montaggio) è andato a quello che il “New York Times” definisce “Un film antifascista in un momento fascista”. “In un momento in cui un’amministrazione autocratica sta cercando di sottomettere le istituzioni culturali, è rinvigorente vedere un film di Hollywood così coraggioso nelle sue convinzioni progressiste – ha scritto Michelle Goldberg –. Il film non risparmia di far riflettere sui lati più complessi della violenza politica di sinistra ma prende una posizione netta nella lotta ben più ampia tra autoritarismo e resistenza”. E ancora: “C’è qualcosa di sovversivo, nel miglior modo possibile. Guardarlo ci fa sentire liberati da tutti i nuovi tabù che Trump e i suoi scagnozzi stanno cercando di imporci”.

Ecco guardare il film sì, fa sentire liberati dai tabù. Guardare la 98esima cerimonia degli Oscar un po' meno. Perché in un clima di tensioni altissime — la guerra in corso in Iran, gli omicidi per mano dell'Ice – pochissimi sono state le occasioni in cui presentatori e premiati hanno dato voce al disagio e alla protesta. Pace e vigilanza contro il declino della democrazia sono state invocata apertamente da protagonista e regista del miglior documentario, "Mr Nobody Against Putin", il resoconto di un maestro elementare sull’indottrinamento dei suoi alunni per spingerli a sostenere l’invasione russa dell’Ucraina, Pavel Talankin, che ora vive in esilio in Europa, e lo statunitense David Borenstein. Javier Bardem, che ha premiato il miglior film internazionale, il norvegese "Sentimental Value" (primo Oscar in questa categoria nella storia alla Norvegia), si è presentato sul palco con la scritta "No alla guerra" che troneggiava sul bavero della giacca e lo ha ripetuto sul palco del Dolby Theatre di Los Angeles: "No alla guerra e Palestina libera". Per il resto, molti appelli a un futuro migliore per i nostri figli: parole dette col cuore, talvolta anche particolarmente intense, ma che non affondano la lama dell'indignazione nell'attualità.

Il trionfo Warner (ma ancora per poco?)

Sedici nomination e 4 Oscar vinti (sceneggiatura originale, attore protagonista, colonna sonora dello svedese Ludwig Gorannson e fotografia di Autumn Durald Arkapaw) per la saga black antirazzista popolata di vampiri  bianchi “Sinners - I peccatori”; 13 nomination e 5 Oscar vinti per "Una battaglia dopo l'altra" in cui l'ex rivoluzionario DiCaprio, padre single, rocchettaro che guarda alla tv “La battaglia di Algeri” di Pontecorvo, che è perennemente in vestaglia e perennemente stordito dalla cannabis, si ritrova a tornare in azione per salvare la figlia dal pazzo colonnello Lockjaw-Sean Penn, che ambisce a entrare in un “club“ di suprematisti bianchi, i “Pionieri di Babbo Natale“. Entrambi i film sono Warner, la Major che ora la Paramount della famiglia Ellison amica di Trump intende comprare. E, in molti temono, anche censurare, visto quanto già accaduto con la loro Cbs,

Vincitore su tutti Paul Thomas Anderson: 55 anni, 14 nomination in carriera - carriera luminosissima piena di prove gigantesche quanto i suoi pianisequenza - ricevendo i suoi primi Oscar personali alla regia e alla sceneggiatura (il suo “Petroliere” era valso la statuetta al protagonista Daniel Day Lewis e al direttore della fotografia) ha detto: “Grazie, grazie infinite, ce la mettete tutta per far sudare un uomo per uno di questi premi. Condivido questo premio con un mio amico che si trova ‘dall’altra parte delle ombre’. Il suo nome è Adam (Somner, suo collaboratore scomparso nel 2025, ndr), starà bevendo un gin tonic ed è così felice per me e per la nostra troupe. Ringrazio l’Academy e grazie ai miei ‘compagni di classe’: Chloé Zhao, Ryan Coogler, Joachim Trier e Josh Safdie, non avrei potuto chiedere una classe migliore. È un onore essere annoverato tra di voi. Ci sarà sempre un po’ di dubbio nel cuore sul fatto di meritarselo o meno, l’Oscar, ma non c’è alcun dubbio sul piacere di averlo qui con me". Ancora: “Mi dispiace per il mondo incasinato che lasciamo ai nostri figli. La speranza è che siate voi, ragazzi, a restituirgli un po’ di decenza”. 

Come da previsioni migliore attrice protagonista Jessie Buckley, 36 anni, prima irlandese a vincere un Oscar, grazie alla sua interpretazione della moglie di William Shakespeare, madre in lotta col dolore per la perdita del piccolo figlio in "Hamnet": Buckley dedica il premio "all’incredibile donna con cui ho lavorato", la regista Chloé Zhao già Oscar per "Nomadland", alla "mezza Irlanda che è qui", "alla mia bambina di 8 mesi: oggi nel Regno Unito è la festa della mamma, dedico il mio premio allo splendido caos che è il cuore di una mamma".

Con Timothée Chalamet alla fine penalizzato dalla campagna pubblicitaria da lui inventata per "Marty Supreme" che si è rivelata fin troppo aggressiva, migliore attore protagonista è stato decretato Michael B. Jordan, 39 anni, accolto da una lunga standing ovation: c’è un vecchio adagio afroamericano che dice che i neri devono essere bravi il doppio degli altri, e in effetti Jordan – 39 anni, attore feticcio di Ryan Coogler – ha dovuto interpretare due gemelli per battere quattro uomini bianchi. Il "doppio" protagonista di "Sinners - I peccatori" ha preso l'Oscar tra le mani ringraziando "Dio", che è "buono", la famiglia e sottolineando che lui è qui adesso grazie a "quelli venuti prima: Sidney Poitier, Halle Berry, Jamie Foxx, Will Smith“.

Non solo Buckley prima irlandese, non solo "Sentimental Value" primo norvegese. A fare la storia agli Oscar 2026 è anche Autumn Cheyenne Durald Arkapaw, già sodale di Spike Jonze, californiana, prima donna (e prima nera) nella storia a vincere un Oscar per la fotografia. Premiata da una Demi Moore tutta piumata versione Malefica, Autumn chiama il figlio dal palco e chiede a tutte le donne in sala di alzarsi: “non potrei essere qui senza di voi“. Altro primato, l'Oscar _ il primo della storia a una canzone KPop _ a "Golden", del cartoon-fenomeno Netflix "KPop Demon Hunters" vincitore anche come miglior film di animazione. La statuetta va nelle mani della cantante e coautrice del brano EJAE (Kim Eun-jae) che tra le lacrime nota: “Mi dispiace così tanto che ci sia voluto così tanto tempo per vederci rappresentati in un film come questo. Ma ora il momento è arrivato. E ciò significa che le prossime generazioni non dovranno più vivere in questa attesa. Questo premio è per la Corea e per i coreani di tutto il mondo”.

Kimmel e il "Signor Nessuno"

A tentare di spezzare la nottata "nessuno disturbi Trump da questo palco" arriva Jimmy Kimmel: “Sapete, ci sono paesi dove non c’è libertà di parola, io non ho la libertà di dire quali, dirò solo Corea del Nord e Cbs“. Kimmel consegna l'Oscar per il miglior documentario a "Mr Nobody Against Putin". Prende la parola il co-regista statunitense del film, David Borenstein: “’Mr Nobody Against Putin’ parla di come si perde il proprio Paese”, ha dichiarato. “E ciò che abbiamo visto lavorando a questo film è che lo si perde attraverso innumerevoli, piccoli atti di complicità. Quando un governo uccide persone nelle strade delle nostre città e noi non diciamo nulla, quando i governi prendono il controllo dei media e gestiscono il modo in cui possiamo produrre e consumare informazione – ci troviamo tutti di fronte a una scelta morale. Ma per fortuna, anche un ‘nessuno’ è più potente di quanto si pensi”. Tocca poi a Talankin, che lancia un appello a nome dei Paesi dove “invece delle stelle cadenti cadono bombe”, e conclude: “In nome del nostro futuro, in nome di tutti i nostri figli, fermate tutte queste guerre, ora”. E' la terza volta in questo decennio che un film critico nei confronti del governo russo vince il premio, dopo "Navalny” nel 2023 e “20 Days in Mariupol” nel 2024. L’anno scorso l’Oscar del doc è stato vinto da “No Other Land”, una co-produzione israelo-palestinese sulla distruzione di una comunità palestinese in Cisgiordania. Pavel “Pasha” Talankin è un insegnante russo in una scuola elementare e nel doc testimonia i cambiamenti verificatisi nel proprio lavoro in seguito all’invasione dell’Ucraina del 2022: l’edificio un tempo adibito all’apprendimento dei bambini, sembra ora un campo di reclutamento. Talankin rileva come il sistema educativo si sia modificato, adottando elementi propagandistici nazionalistici.

Miglior film internazionale “Sentimental Value“. Nel ritirare l'Oscar Joachim Trier, 52 anni, si autodefinisce “Nerd del cinema dalla Norvegia". E chiude il suo discorso citando James Baldwin: "Vorrei ricordare la frase 'tutti gli adulti sono responsabili per tutti i bambini': non votate politici che non prendono sul serio questa verità". Della cinquina il bergmaniano “Sentimental Value” è ritenuto il film meno politico: gli altri in nomination erano “Un semplice incidente” dell’iraniano Panahi, “L'agente segreto” di Kleber Mendonça Filho sulla dittatura brasiliana, lo spagnolo (apocalittico, potentissimo) “Sirāt” e “La voce di Hind Rajab” sulla bambina palestinese uccisa dall’esercito israeliano. Va detto però che anche “Sentimental Value” ha una sua caratura che va oltre la storia familiare (disfunzionale) e di riflessione artistica (padre cineasta e figlia attrice teatrale) che porta in scena: vi è nel film di Trier tutto il “non detto” che è proprio della cultura europea, a partire dal non detto per eccellenza, l’Olocausto. Quella stessa cultura che Trump non si fa velo di disprezzare.    

È anche un po’ italiana la vittoria dell’Oscar come miglior corto live action di "Two People Exchanging Saliva” (premiato ex aequo con “The Singers”): la bolognese Valentina Merli è infatti coproduttrice del film. Italiana la fidanzata che brilla al fianco di Leonardo DiCaprio, Vittoria Ceretti. Italiani nel momento "In memoriam": Claudia Cardinale, Giorgio Armani, lo scenografo e costumista Gianni Quaranta.

Ricordata Cardinale ma dimenticata Brigitte Bardot, grande commozione da parte della platea hollywoodiana hanno suscitato il ricordo di Rob Reiner e della moglie Michele Singer affidato a Billy Crystal, quello di Diane Keaton e quello di Robert Redford nelle parole di Barbra Streisand. Barbra, che ha intonato un piccolo brano di "The Way We Were" ha sottolineato come Redford, con cui condivise il set di "Come eravamo" che raccontava di "un periodo oscuro degli Usa", ovvero il maccartismo, fosse una persona coraggiosa, sempre impegnato nella lotta per i diritti, per l'ambiente, per i più giovani. Lo ha chiamato un "cowboy intellettuale", e ha ribadito come fosse un uomo dalla "schiena dritta". Chissà se lui avrebbe evitato ogni riferimento all'attualità, come ha accuratamente fatto lei.

Migliore attrice non protagonista Amy Madigan per la sua interpretazione di Zia Gladys, la strega più amata dai social di tutto il mondo nel film horror di Zach Cregger “Weapons”. A 75 anni è la seconda vincitrice più anziana di sempre in questa categoria: "Ieri sera ero sotto la doccia e cercavo di pensare a qualcosa da dire mentre mi depilavo le gambe. Ora che indosso i pantaloni, non devo più preoccuparmene", ha scherzato Madigan precedentemente candidata all’Oscar come miglior non protagonista nel 1986 per "Due volte nella vita" (altro primato: il divario più lungo tra due candidature).

Alla conduzione, Conan O’Brien ha un po’ preso in giro Chalamet (“La sicurezza è ai massimi livelli stasera: c’è il timore di attacchi da parte delle comunità del balletto e dell’opera. Sono solo arrabbiati perché hai escluso il jazz”), Ted Sarandos, Ceo di Netflix, dicendo che era la sua prima volta in un cinema, e ha fatto qualche battuta sull’intelligenza artificiale. Ben chiara la dichiarazione d'intenti iniziale: “Stasera è un evento internazionale. Se posso essere serio per un momento, chiunque stia guardando in questo momento da tutto il mondo è fin troppo consapevole che questi sono tempi molto caotici e spaventosi. È in momenti come questi che credo che gli Oscar siano particolarmente significativi. Stasera sono rappresentati 31 paesi di sei continenti. E ogni film che celebriamo è il prodotto di migliaia di persone che parlano lingue diverse, lavorando sodo per creare qualcosa di bello. Rendiamo omaggio stasera non solo al cinema, ma agli ideali dell’arte globale, della collaborazione, della pazienza, della resilienza e di quella qualità oggi rarissima: l’ottimismo. Quindi, per favore, festeggiamo non perché pensiamo che tutto vada bene, ma perché lavoriamo e speriamo in un futuro migliore”.

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