Giusy Versace: “Anche alle Paralimpiadi avremo una marcia in più”
Milano – A pochi giorni dalle Paralimpiadi Milano-Cortina 2026 in programma dal 6 al 15 marzo, la prima atleta paralimpica nella storia a correre con una doppia amputazione alle gambe, nonché l’inguaribile ottimista che ha saputo trasformare una sfida in un’opportunità, guarda all’evento con emozione. Giusy Versace, oggi senatrice di Noi Moderati, attiva nelle battaglie per lo sport, i giovani, le pari opportunità e la disabilità, è ancora un meraviglioso esempio di energia e rinascita, ma soprattutto del fatto che nella vita nulla è impossibile. E le Paralimpiadi sono un’occasione di ispirazione per la nuova generazione.
Il 22 agosto 2005 la sua vita cambiò per sempre. In un incidente stradale perse entrambe le gambe. Come ritrovò la forza di rimettersi in gioco con il sorriso che la contraddistingue?
«Io, grazie a Dio, ho un carattere propositivo. L’ho sempre avuto, l’incidente non mi ha cambiato. Mi ha costretto a cambiare la scala delle priorità e a guardarmi meglio dentro, ad abbandonare la Giusy di prima per scoprirne una che mi somiglia di più. Ho dovuto imparare di nuovo a camminare, a rialzarmi, a guidare, ma mi piace pensare che se ce l’ho fatta io ce la possono fare tutti. Va detto anche che io ho una grande fede, che mi aiuta e mi spinge ad allenare la pazienza, perché ci vuole molta pazienza, gli ostacoli non mancano».
Lo sport non era nei suoi programmi. Eppure è stata una campionessa paralimpica, correndo con protesi in carbonio.
«Sono diventata atleta nella testa, nella pancia, nel modo di vivere, dormire, mangiare, nel sacrificio degli allenamenti. E poi in realtà ho iniziato a correre per dare uno schiaffo morale a un tecnico, mi diceva: “Non hai il corpo d’atleta, sei magra, sculetti…”. Io, sono anche ironica, ma se uno mi dice “sculetti”... Mi sono impuntata. Vivo a Milano da quando avevo vent’anni, guai a chi tocca la mia Milano e la mia Lombardia, ma da meridionale nel Dna, se qualcuno mi provoca viene fuori la calabrese che è in me. La verità è che oggi lo devo ringraziare».
Quale sarà l’eredità che le Paralimpiadi 2026 lasceranno a Milano e all’Italia?
«Un’eredità grande. Non solo sul piano delle infrastrutture, che è un dato oggettivo, lo ha ricordato più volte il presidente di Fondazione Milano-Cortina Giovanni Malagò. Ma anche culturale. Conoscere il mondo paralimpico vuol dire conoscere le storie degli atleti, dietro ognuno c’è una storia. Alle Paralimpiadi non si arriva per caso, dietro c’è sacrificio, impegno, un ranking, quel posto lo si suda, nessuno fa regali. Le medaglie non si improvvisano, si pianificano, è un lungo lavoro».
Sci alpino, biathlon, fondo, para ice hockey, snowboard e wheelchair curling. Saranno oltre 660 gli atleti in gara, in rappresentanza di 50 Paesi. Giocare in casa fornirà una marcia in più?
«Sicuramente. Abbiamo visto la prestazione straordinaria dei nostri atleti olimpici. Poi, io l’ho vissuto sulla mia pelle: anni fa, a due mesi dalla fisioterapia per un infortunio importante, non ero al mio massimo, eppure quell’Europeo in casa, in Toscana, mi diede una marcia in più e vinsi un argento sui 200 metri, un bronzo sui 400».
Qual è il suo sogno per il mondo sportivo paralimpico?
«Sogno sempre più successi, maggiore attenzione, più promozione. Invito la gente ad applaudire gli azzurri, gli atleti paralimpici, perché le nostre gare sono sempre state un po’ meno seguite, anche se oggi questo mondo è cambiato, l’attenzione dei media è aumentata. E perché no, mi faccia azzardare, una leadership tutta al femminile!».
