La Biennale dei veleni russi, tensione Giuli-Buttafuoco: il ministro sfiducia la ‘sua’ dirigente nel Cda. Lei resiste: “Non mi dimetto”
Il ministro Alessandro Giuli con il presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco
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Si aggiunge un nuovo capitolo alla “storia tesa” che nei giorni scorsi ha visto protagonista la Biennale di Venezia: la decisione del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, di chiedere formalmente a Tamara Gregoretti di rimettere il suo mandato di rappresentante del ministero nel consiglio di amministrazione della Fondazione veneziana.
La Russia alla Biennale di Venezia: scatta la protesta di 22 Paesi europei. La lettera all’Italia: “Segnale inquietante”
Dopo la lettera firmata da 22 ministri della cultura europei che minacciava il ritiro del finanziamento dell’Unione, pari a 2 milioni ogni triennio, per la presenza della Russia alla Biennale, il 12 marzo è arrivata la nota del dicastero che sottolinea come la Gregoretti, “nominata nel Cda il 13 marzo 2024, non ha ritenuto di avvisare né della possibile presenza della Federazione Russa alla prossima Biennale, né di essersi espressa a favore della sua partecipazione, pur nella consapevolezza della sensibilità internazionale della questione”.
Ma Gregoretti non cede alla richiesta e sottolinea: “Sono serena e non ho intenzione di dimettermi, in quanto sono certa di muovermi in osservanza dello Statuto della Biennale di Venezia e dell’autonomia dell’istituzione, in base a cui i componenti del Cda non rappresentano coloro che li hanno nominati, né a essi rispondono”. Anche il presidente della commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone, auspica “ci possa essere un ripensamento della Biennale sulla presenza del padiglione russo”.
Come si costruisce una scena artistica nazionale rilevante in una piattaforma globale come la Biennale di Venezia
Non è la prima volta che la Biennale si trova a gestire lacerazioni profonde. Basti ricordare il 1974, l’anno della “Biennale della Libertà”, quando l’esposizione si fece portavoce delle istanze contro le dittature sudamericane, trasformando l’arte in un atto di denuncia. Oggi, quel ruolo di “città speciale”, col quale il presidente Pietrangelo Buttafuoco ha spesso descritto l’autonomia della Fondazione, si scontra con una realtà bellica che rende la presenza di un padiglione legato alla Federazione Russa una ferita aperta.
Come sosteneva l’ex direttore Harald Szeemann, la Biennale è spesso stata “il luogo dove l’impossibile diventa visibile”, ma quando il conflitto bussa alle porte della Laguna, il confine tra libertà espressiva e sensibilità politiche diventa labile. Il ministero contesta a Gregoretti proprio questo: l’assenza di un filtro istituzionale che tenga conto della responsabilità politica che l’Italia deve mantenere in un momento di crisi internazionale. L’attenzione si sposta ora sulle prossime mosse del Consiglio di amministrazione, alla ricerca di un equilibrio per forza di cose precario, fra la sua natura di “città libera” e il bisogno di mantenere un dialogo con le istituzioni. La rassegna culturale si conferma dunque come lo specchio fedele di una crisi globale dove l’arte, tra autonomia e dovere istituzionale, fatica a restare neutrale.
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