Bruce Springsteen, il concerto più politico di sempre nella città ferita di Minneapolis: inizia il tour che sfida l’America di Trump
Bruce Springsteen e la manifestazione No Kings in Minnesota
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Minneapolis, Stati Uniti, 31 marzo 2026 – Il First Avenue è un locale sta proprio dall’altra parte dell’incrocio su cui s’affaccia quel Target Center in cui tra poche ore Bruce Springsteen vara il Land of Hopes and Dreams Tour 2026. A suo dire il giro di concerti più politico di una corsa sulla strada del tuono che di momenti politici ne ha vissuti parecchi, dal grande live No Nukes del ’79 contro l’energia atomica al mega-tour Human Rights Now! dell’88 a sostegno di Amnesty International, dall’appoggio ad Occupy Wall Street a quello alla campagna elettorale per Obama, con il quale il Boss ha dato vita anche ad un podcast diventato poi un libro di successo, “Renegades: born in Usa”.
Ma stavolta è diverso. Stavolta ci sono in gioco le liberà fondamentali degli americani, la dignità di un Paese mai tanto sotto scacco come con l’amministrazione Trump. E tutto è iniziato il 30 gennaio proprio sul palco del First Avenue, quando, ad una settimana dall’assassinio di Alex Pretti per mano dell’Ice, il Boss è intervenuto al benefit-show di Tom Morello “A concert of solidarity & resistance to defend Minnesota” per stringersi alla città e cantargli in anteprima la sua “Streets of Minneapolis”, scritta di getto sull’ondata di sdegno che chi avevano causato le immagini della brutale uccisione.
Una chiamata alle arti dettata dall’urgenza del momento e dalla necessità di offrire una risposta di popolo immediata davanti a quel che stava accadendo. “L’amministrazione Trump dice che a Minneapolis sono arrivati provocatori da fuori per creare disordini” disse dal palco il chitarrista dei Rage Against the Machine. “Vorrei confermare che quegli provocatori siamo noi e che creeremo un casino colossale”.
Nell’arco di due mesi il “casino” è diventato organizzato, con un tour che parte dalla città ferita (prime due canzoni in diretta streaming gratuita su YouTube via Nugs.net) con il proposito di traversare gli Stati Uniti e concludersi il 27 maggio a Washington con Springsteen affiancato da E-Street Band, Morello e qualche altro ospite, come lascerebbe intuire la presenza di Bon Jovi alle prove della settimana scorsa allo Youth Temple di Ocean Grove, nel New Jersey; tre giorni di sessioni in cui il Boss ha ripreso in mano diversi album della sua discografia per attingere da Born in the Usa la stessa “Born in the Usa”, “No surrender”, “Bobby Jean” e “Dancing in the dark”, da Born to run “Born to run” e “Tenth Avenue freeze-out”, da Darkness on the edge of town “Darkness on the edge of town”, “Badlands” e “The promised land”, da Wrecking ball “Wrecking ball”, “Land of hope and dreams”, “Rocky ground” e “Death to my hometown”, da The rising “The rising” e “My city of ruins”, da Magic “Long Walk Home”, da The ghost of Tom Joad “Youngstown” e “Across the border”, da The River “Out of the street”, da Human touch“Human touch”. E poi ancora “Roulette”, “Murder incorporated”, “American Skin (41 Shots)” e, naturalmente, “Streets of Minneapolis”. Questo senza tralasciare “Because the night”, la dylaniana “Chimes of freedom” e “War” dei Temptations.
Tutti brani strettamente legati alle necessità del qui ed ora. “Non ricordo un altro momento in cui il Paese è stato messo così duramente alla prova, in cui le nostre idee e i nostri valori fondamentali sono stati messi in discussione come quello attuale” ha detto Bruce in un’intervista al Minnesota Star Tribune. “Devo tornare indietro al 1968, quando avevo 18 anni, per trovare un altro momento storico in cui sembrava che il Paese fosse in una situazione tanto difficile e che la posta in gioco fosse tanto alta in termini di chi siamo, il Paese che vogliamo essere, le persone che vogliamo essere. È un momento critico, molto critico”. Da stasera, 31 marzo, la risposta sulle scene.
Intanto il Boss ha concesso l’utilizzo di “Born in the Usa” ad un video dell'ACLU l’American Civil Liberties Union, l’organizzazione non governativa per la difesa dei diritti civili e delle libertà individuali, a sostegno della campagna per il diritto di cittadinanza per nascita. Proprio domani, infatti, la Corte Suprema degli Stati Uniti esaminerà il caso “Barbara contro Trump” (dal nome della richiedente asilo honduregna che ha avanzato il ricorso). La controversia giudiziale trae origine da un ordine esecutivo di Trump del gennaio 2025 che tenta di ribaltare l'attuale interpretazione il 14° emendamento della Costituzione in modo da non garantire più la cittadinanza automatica a chi nasce negli Stati Uniti. L'ordine è stato bloccato dai tribunali distrettuali di tutto il Paese, ma la decisione finale spetta alla suprema Corte.
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