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The Gentlemen 2, Guy Ritchie conquista l’Italia: «Il vero potere è quello che ti costruisci da solo»

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04.10.2026

The Gentlemen 2 porta Guy Ritchie, Theo James e Kaya Scodelario in Italia, tra mafia, aristocrazia, Sorrentino, Caravaggio e una lotta per il potere sempre più oscura

Nella prima stagione di The Gentlemen, Eddie Horniman si era ritrovato quasi per caso al centro di un mondo che non aveva scelto, ereditando insieme al titolo di famiglia, alla tenuta e a una situazione economica tutt’altro che semplice anche un impero criminale nascosto sotto la superficie impeccabile dell’aristocrazia britannica, mentre nella seconda stagione il punto di partenza è radicalmente diverso, perché Eddie non sta più soltanto cercando di capire come sopravvivere a ciò che gli è capitato tra le mani, ma ha cominciato a scoprire quanto sia bravo a esercitare il potere, quanto gli piaccia farlo e, soprattutto, quanto lontano potrebbe essere disposto a spingersi pur di trasformare qualcosa che ha ricevuto in qualcosa che possa finalmente considerare suo.

La nuova stagione riprende la storia circa un anno dopo e trova Eddie e Susie Glass in una posizione apparentemente molto più solida, con un’operazione che non soltanto funziona ma si è allargata abbastanza da portarli fuori dall’Inghilterra e fino in Italia; proprio questo, racconta Kaya Scodelario, rende interessante il punto dal quale la serie decide di ricominciare, perché «Eddie e Susie hanno ampliato l’operazione con grande successo, tanto che ora sono arrivati in Italia», ma quando due personaggi così ambiziosi partono da una posizione di forza, aggiunge l’attrice, «sapere che le cose iniziano così in alto è sempre interessante dal punto di vista narrativo, perché c’è soltanto una direzione in cui possono andare».

Guy Ritchie individua infatti il cuore della seconda stagione in un problema molto più grande della semplice espansione dell’impero criminale: «Come si fa ad ascendere senza autodistruggersi? Come si può rimanere aggressivi e ambiziosi senza essere annientati dal proprio ego?», domanda il regista, mentre lo sceneggiatore Matthew Read sposta immediatamente la questione sul prezzo personale dell’ascesa di Eddie: «Qual è il costo di tutto questo? Mentre cerca di diventare più potente, rischia di perdere la propria anima? E cosa significa per il suo rapporto con Bobby e Susie?».

L’Italia non è uno sfondo, ma il nuovo campo di battaglia

L’arrivo in Italia potrebbe sembrare, almeno inizialmente, la naturale espansione visiva di una serie che nella prima stagione aveva già trasformato tenute aristocratiche, proprietà immense e campagna britannica in parte integrante del proprio fascino, ma per Ritchie il passaggio è molto più strutturale, perché spostare la storia verso il nostro Paese significa mettere i suoi personaggi davanti a un altro sistema nel quale famiglia, denaro, territorio, lignaggio e criminalità possono convivere da secoli senza essere realmente separabili.

«Non volevamo restare soltanto nel Regno Unito, sentivamo che dovesse esserci un’evoluzione anche nell’ambiente, quindi siamo arrivati alla mafia», racconta Ritchie, che subito dopo scherza: «Se devi scegliere una sottostruttura di cattivi nefasti, l’Italia è il posto in cui vuoi sceglierli». La battuta, però, conduce direttamente a un punto molto più interessante, perché per il regista ciò che rende davvero utile l’Italia alla storia è la presenza di «aristocratici che sono anche impoveriti», una condizione che permette alla serie di continuare a lavorare sul proprio tema fondamentale, cioè il rapporto tra ciò che si riceve e ciò che invece si riesce a costruire autonomamente.

Theo James vede del resto nella mafia italiana e nell’aristocrazia britannica due sistemi meno distanti di quanto potrebbero apparire, perché entrambi sono costruiti su rituali, gerarchie, codici interni e una forma di moralità che può sopravvivere persino dentro comportamenti apertamente immorali; non è un caso che, quando gli viene chiesto quale personaggio di un’altra serie vorrebbe far entrare nell’universo di The Gentlemen, scelga Tony Soprano e torni immediatamente al lavoro di James Gandolfini.

«Quello che amavo del suo personaggio e della sua interpretazione era che, per sei stagioni, era una specie di sociopatico ma allo stesso tempo incredibilmente affascinante», spiega James. «In un momento ti interessa, lo ami, in quello successivo ti disgusta, poi provi pena per lui. Lo porterei qui». E il collegamento con la seconda stagione è tutt’altro che casuale, perché l’attore sottolinea anche «i parallelismi tra il ritualismo degli aristocratici britannici e quello della mafia italiana», due mondi «molto regolati» che possiedono «una sorta di codice morale, nonostante facciano cose immorali».

Guy Ritchie e la «maledizione» dell’eredità

Rispondendo a Panorama, Guy Ritchie entra direttamente dentro quello che considera uno dei principi fondamentali della serie, perché se Eddie e Susie non stanno più semplicemente cercando di sopravvivere a un sistema di potere, classe e criminalità ma sembrano ormai intenzionati a modificarlo, diventa inevitabile chiedersi se la seconda stagione racconti il momento in cui il potere smette di essere qualcosa che si eredita o si subisce e diventa qualcosa che si desidera attivamente.

Ritchie, però, decide di cambiare proprio quest’ultima espressione: «Cambierei “desiderare attivamente” con “generare da sé”, perché è una cosa diversa», spiega. «Il problema dell’eredità è che, per definizione, è ereditata e quindi dipendente. Una delle idee fondamentali di The Gentlemen riguarda invece la capacità di generarsi da soli e di liberarsi dalla maledizione dell’eredità».

È una distinzione che finisce per spiegare non soltanto questa seconda stagione ma l’intero arco narrativo del personaggio, perché secondo Ritchie «è in realtà più difficile per qualcuno ereditare qualcosa e poi riuscire a generarsi autonomamente attraverso quell’eredità, perché in qualche modo si sente in debito verso ciò che ha ricevuto», ed Eddie rappresenta l’iperbole perfetta di questa contraddizione: «È qualcuno che appare incredibilmente privilegiato ma che, paradossalmente, è maledetto da quel privilegio».

Per il regista il conflitto è quindi tra «un’identità auto-generata e un’identità che ti è stata conferita o consegnata», e la seconda stagione porta Eddie esattamente dentro quel passaggio, costringendolo ad andare contro il ruolo che gli è stato assegnato per provare a costruire qualcosa che possa appartenergli davvero. «La seconda stagione è un’estensione di questo principio, mentre Eddie comincia ad aprire le ali», spiega Ritchie, e a quel punto la domanda diventa quanto grandi siano realmente quelle ali e, soprattutto, «se sarà in grado di controllarle» una volta scoperto il gusto di un potere costruito personalmente.

L’immagine utilizzata dal regista è quasi favolistica: quando quelle ali saranno completamente aperte, bisognerà capire se Eddie diventerà «un’aquila che vola alto oppure uno storno menomato».

Theo James: «C’è un’oscurità che sta entrando nella sua anima»

Theo James parte da una distinzione molto netta tra l’uomo che avevamo incontrato all’inizio della serie e quello che ritroviamo ora, perché nella prima stagione Eddie era ancora, almeno nelle intenzioni,........

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