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In cronaca a Pordenone: le confessioni di un giornalista tra "buchi" da prima pagina e clamorosi scivoloni

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23.05.2026

«Guardi, le rispondo anche volentieri. Prima, però, le faccio io una domanda. “Che ci fa a Pordenone?”».

«In che senso, scusi? Ci sono nato, ci vivo, ci lavoro...»

«Ma non ha detto Messaggero Veneto?»

«Sì, sono un giornalista del Messaggero Veneto».

«È qui che non capisco. Ma non era Il Gazzettino a Pordenone, Messaggero Veneto a Udine e Il Piccolo a Trieste?».

Ecco. Noi del Messaggero (il Veneto scende di rado dalla parlata alla testata), a Pordenone, veniamo un po’ tutti da qui. Non da una città venuta su, come si diceva un tempo a Udine, a «pane, latte e Messaggero». Da un luogo in cui c’eravamo, sì («Guardi, in effetti sono anni che abbiamo una redazione in via...»), ma non così visibili. Avremmo dovuto urlare per farci notare. Fare rumore per fare notizia. Fare notizia per dare notizie.

Il problema era che il giornale che sfruttava la pancia, come si dice in gergo, era tradizionalmente un altro. Loro con le locandine gialle fluo, noi con quelle, più piccole, bianche con righe nere. Loro con tanti titoli a sei colonne, noi più moderati, friulani, con la mission di abbassare i toni e volare un po’ più in alto, senza per questo risultare più lontani. Una sfida non facile, insomma, ma quando parti, in una provincia, da un settimo delle copie vendute dal tuo concorrente e arrivi a diffonderne il doppio vuol dire, forse puoi pensare che un messaggio sei riuscito a trasmetterlo.

Giuseppe Ragogna, che ho avuto come........

© Messaggero Veneto