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Israele è impopolare ma non ha mai avuto così tante alleanze

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28.03.2026

«Quanto tempo ho a disposizione?». «Tra un’ora e due mesi», ha risposto Benjamin Netanyahu. A fare la domanda è stato Shlomi Binder, capo dell’Aman, il servizio di intelligence delle Forze di Difesa Israeliane che ha ideato e portato a termine le più sofisticate operazioni israeliane degli ultimi anni. Quanto durerà la guerra è la domanda cui nessuno sembra in grado di rispondere, ma l’unica certezza è che nessuno, in Israele, sarà influenzato dai sondaggi, dalle piazze e dalle università, dai social e dai podcast dove la propaganda pro-Pal veste la kefiah, urla di una Palestina libera “dal fiume al mare”, imbraccia le bandiere arcobaleno e quelle dei terroristi che vogliono l’impero islamico. I numeri sono impietosi: secondo un sondaggio Gallup di fine febbraio, per la prima volta in venticinque anni di rilevazioni gli americani simpatizzano più con i palestinesi che con gli israeliani.

Nel mondo occidentale, la sinistra accusa lo Stato ebraico di apartheid o di genocidio o di entrambi, e per il nuovo isolazionismo della destra populista Israele è una sconfinata entità che avrebbe manovrato Trump per trascinare l’America in una guerra che non le appartiene. La battaglia per il soft power, Gerusalemme, l’ha bella che persa. Il suo hard power, invece, costruito con alleanze strategiche che da Washington arrivano ad Entebbe e da Berlino raggiungono Astana, non è mai stato così solido. La mutazione è avvenuta il 7 ottobre, il giorno........

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