Tra Fede e Diritti: Il duello creativo-ideologico che sta dividendo la Spagna
Se pensavate che l’8 marzo fosse solo una questione di mimose e cortei, non avete fatto i conti con le strade di Madrid, trasformate, in questi giorni, in un curioso ring pubblicitario.
Da una parte la santità in formato poster affissi nelle pensiline degli autobus a rivendicare l’estetica austera e solenne dell’ACdP (Asociación Católica de Propagandisti); dall’altro, la risposta istituzionale del Ministero dell’Uguaglianza, che rispolvera il femminismo d’autore ponendo un interrogativo che lascia sospesi: cosa definisce oggi il “valore” di una donna?
Ma analizziamo con calma.
Round 1: l’esercito delle “Beate”
Tutto inizia con un manifesto che sembra uscito da un manuale di catechismo degli anni ’50, ma con il font di una startup di tendenza.
L’ACdP ha deciso infatti, che per celebrare la donna bisogna tornare alle basi.
Lo slogan? Un imperativo che non ammette repliche: “Reza como María”.
La campagna cattolica cerca dunque di essere “rivoluzionaria” proponendo la tradizione come alternativa alla modernità.
Il messaggio continua, infatti, con un elenco di istruzioni per l’uso: lotta come Giovanna d’Arco, regna come Isabella, servi come Teresa… In pratica, se non sei almeno una martire, una regina guerriera o una santa da premio Nobel, sei fuori dal club.
Un invito alla “grandezza” che suona tanto come un “fate le brave, ma con stile”.
Round 2: Il Ministero e il supporto dei social
Mentre l’ACdP ci voleva tutte in chiesa o sul trono, il Ministero dell’Uguaglianza ha sentito odore di restaurazione e ha schierato i pesi massimi.
Entra in scena Ángela Molina, l’icona del cinema spagnolo che con un solo sguardo comunica più di mille emendamenti.
La campagna “Mujeres de alto valor” è una stoccata diretta a chi sostiene che la vera donna “di valore” è quella che aspetta il marito col tacchino in forno.
Se il manifesto religioso guarda alle sante, quello governativo guarda alle cittadine. Il valore non è più inteso come “virtù” o “grazia”, ma come autonomia, libertà di scelta e protezione dei diritti conquistati. Lo slogan “Non lasceremo che il passato avanzi” è dunque un modo elegante per dire che, tra una preghiera e l’altra, sarebbe meglio non perdere il diritto di voto o il conto in banca.
Tra il rosario e lo smartphone il risultato è un cortocircuito estetico meraviglioso e paradossale.
Camminando per la Castellana si rischia davvero di non capire se devi confessarti o andare a una manifestazione; essere “rivoluzionaria” proponendo la tradizione come alternativa alla modernità, o difendersi da essa?
E allora, con questo dilemma in testa, ancora una volta sorrido, rifletto e sospiro. Perché la vera ironia è che mentre i due schieramenti si lanciano slogan a colpi di affissioni, le donne reali probabilmente stanno solo cercando di capire come far quadrare la giornata senza dover necessariamente diventare né sante né simboli di stato.
Per ora, il punteggio è pari: la Chiesa ha le sue icone, lo Stato ha Ángela Molina, e noi donne ci accingiamo a vivere questo nuovo 8 marzo con un gran mal di testa da sovraesposizione ideologica.
E la risposta, molto semplicemente, si trova nella capacità della società di permettere a ogni donna di scegliere il proprio percorso, che sia sotto una corona, un velo o una bandiera di diritti.
