Prima erano i cow boy
Quelli della mia generazione sono cresciuti con il mito del “Cow Boy” e, colt di plastica in pugno, abbiamo combattuto gli indiani. Pochi, tra di noi, sono stati sensibili alla causa dei nativi. Non è un incipit scherzoso, ma una denuncia: per decenni i nostri modelli sono stati impostati da film e serie televisive dove il buono era l’uomo bianco e il buono non bianco era un servo o un selvaggio addomesticato che capiva che il modello da seguire era quello dell’uomo bianco.
Questo modello ha avuto una sua evoluzione con i supereroi, vedi l’uomo ragno, Hulk, Superman e simili, che avevano in comune il colore della pelle e che conducevano una vita insignificante e avevano, prima di trasformarsi nel giustiziere che portavano dentro, un’aria dimessa, un carattere remissivo e, guarda un po’, poco successo con le donne.
Il supereroe, declinato in mille modi diversi, ha anche cavalcato o definito le mode e, quando ero adolescente e andavano di moda le arti marziali, abbiamo finalmente visto “eroi” diversi che, in comune con i supereroi della Marvel, avevano il carattere dimesso. Ma c’era una novità: non erano del tutto bianchi (comunque mai neri).
Per il bambino il gioco cambiava forma e non si trattò più di fare il cow boy che stermina gli indiani, ma di animare il pupazzo di plastica con lucette e rumoretti che sterminava i cattivi, mentre per l’adolescente si apriva l’opportunità di confrontarsi con gli altri imitando (o praticando in palestra) le mosse degli eroi che, a mani nude, combattono il male e vincono sempre.
Insomma, il supereroe è sempre un represso incompreso con la doppia personalità (il messaggio era “anche tu ce la puoi fare”), e il cattivo ha sempre stampato in faccia il sorriso beffardo di chi crede d’averla fatta franca.
Questo modello, oltre ad essere proiettato su schermi e stampato su carta diventando fumetto da leggere ovunque fino ad essere interiorizzato e che, avendo diviso il mondo in buoni e cattivi, nel momento in cui ha raggiunto l’apoteosi grazie alle reti sociali, ha fatto sì che chiunque potesse sentirsi un giustiziere: il buono è chi “posta” qualcosa di “rivoluzionario” (di solito una frase estrapolata da un discorso complesso) mentre il cattivo è chi non è d’accordo. Ma l’arma del click è alla portata di tutti e non occorre essere un supereroe per sconfiggere il cattivo, basta eliminarlo dal dialogo.
Insomma, attraversando la nostra vulnerabilità (tutti vogliamo che vinca il bene), una volta creato il modello nel quale ci si identifica, si arriva a sentirsi depositari della verità, a credere di conoscere il verbo della giustizia e della scienza, a combattere la propria insignificanza. Però, se prima eravamo in una fase di apprendimento dei modelli, oggi siamo arrivati a una società guidata dai “social media” dove il modello, ormai ben assorbito, si impasta attraverso interazioni incentivate da chi poi le monetizza.
Non solo: le informazioni, manipolando curiosità morbose, invitano alla scoperta dello scandalo: più lo “scandalo” è vergognoso, più ci accodiamo alla schiera di giustizieri repressi che risolvono i mali del mondo con qualche disarticolato intervento nelle reti sociali o in chat, da dove si forma un gruppo chiuso che parla delle solite cose e non conosce contraddittorio.
Ed ecco il punto, lo “scandalo”.
Sembra strano, ma oggi che si palesa lo scandalo più schifoso della storia recente e che coinvolge alcuni tra gli uomini più potenti della terra, rileviamo la quasi totale inerzia delle istituzioni e l’apoteosi del giudizio in rete, che ci allontana sempre di più da questioni pubbliche. Insomma: “sono tutti dei maiali”, “la verità non ce la dicono” e “votare non serve a niente” (a meno che non si tratti di qualche movimento reazionario).
Con questo non intendo sminuirne la portata degli scandali (in certi casi dovrei dire orrori) né tantomeno ripetere lo schifo spesso riportato da alcuni media, ma invitare a un’analisi diversa su quanto oggi occupa spazio sui quotidiani del mondo (l’Italia sembra fare eccezione perché, tra Olimpiadi e Sanremo, non sembra che se ne parli a dovere).
Oggi, più degli anni scorsi, vediamo i “cow boy” al potere. C’erano anche prima, ma almeno erano ricoperti da un alone di correttezza che li rendevano accettabili. I cow boy di oggi, però, non hanno nessun interesse a nascondere le loro ambizioni, anzi, ne fanno vanto, ritengono di essere dalla parte del giusto fino a dirsi messaggeri di Dio e rendono ogni dibattito impossibile. Non si può dire che la comunità internazionale brilli per capacità di reagire agli attacchi della cricca del grasso giustiziere, ma almeno qualche rara briciola di decenza cerca di manifestarla.
Tornando allo scandalo, di cui evito menzioni dirette, vi sono molte zone d’ombra e molti sensazionalismi che la rete enfatizza. Credo che occorra essere più chiari: si parla di riti satanici, ma la domanda sarebbe: ne avevano bisogno? A loro bastava riunirsi o scambiarsi qualche messaggio per muovere le pedine su una tastiera e giocare a scacchi con elezioni, guerre, servizi segreti. L’ispirazione delle loro malefatte non necessitava evocare Satana e la questione, secondo me, è assai peggiore: alcuni di loro credevano di essere inviati di Dio, altroché Satana. Il problema è che alcuni ancora lo credono.
Si parla di materiale utilizzabile per ricattare i potenti del mondo, ma ne avevano bisogno? Erano tutti della stessa pasta, tutti allineati e uniti da ambizioni inimmaginabili, di ricattabile poteva esserci solo qualche mezza calzetta che, visti i livelli dei collegamenti, non serviva a molto.
Cosa cercava veramente di ottenere la rete che si era formata? Informazioni riservate? Manipolazione delle stesse? Spionaggio indistriale e politico? Certo, manipolare le elezioni, sostenere alcuni partiti (sovranisti e suprematisti), smantellare l’Europa, favorire il mercato del miglior offerente, chissà. Il metodo per fare queste porcherie lo dominavano assai bene.
Se si fosse solo trattato di massaggi erotici (si fa per dire), di certo il potente di turno non aveva bisogno di volare su un’isola caraibica. Se si trattava di riti satanici, beh, anche per quelli probabilmente non c’era bisogno del volo, e poi la questione è assai peggiore perché, ripeto, molti di loro si ritenevano uno strumento di Dio, e ancora lo ritengono. Ma non è del tutto nuovo, un precedente storico lo abbiamo nel seicento, a Napoli, con la Confreternita della Carità Carnale, tra l’altro, fondata da una suora e da un sacerdote.
Riti cannibalistici, bevute di sangue e roba simile? Per queste cose non ti metti in favore di telecamera e non lo scrivi per email (scripta manent), per cui, credo, non lo sapremo mai…
Rimangono le vittime e i sopravvissuti che, ignorati dalla giustizia, diventano simbolo dell’orrore spietato di cui è capace “un” potere che, credo, non pagherà per i crimini commessi e continuerà a far sguazzare nel “nuovo” disordine mondiale.
Con questa mia disanima non sto negando lo schifo, semmai tento di capire il senso di questa titanica macchinazione e la risposta più attendibile, secondo me, la troviamo nei mercati, nelle guerre, nelle manipolazioni delle classi politiche e nella manipolazione della realtà. Non dimentichiamo che loro hanno i dati di tutti e quello che possono farci non possiamo neanche immaginarlo.
E qui, avvicinandomi alla conclusione, chiarisco: nella “social media driven society” il modello del “cow boy” si è concretizzato, si è interiorizzato al punto di stravolgere ogni residua capacità di ricerca della verità in curiosità morbosa che trova risposte solo nello scandalo e autorizza il fruitore a dirsi portatore di “verità”: se prima, per acquisire informazioni ci si rivolgeva all’editoria, oggi ci si rivolge al post di dubbia attendibilità. Ed è assai peggio di quanto si possa credere perché, con l’IA, si creano personaggi, discorsi, video e interviste, si possono mettere in bocca a chiunque parole che questo chiunque non ha mai detto e il livello di realismo è tale che cadere nel tranello è quasi inevitabile.
Insomma, la nostra guida è un grumo di bit che inventano verità e realtà di comodo, deviando la nostra attenzione. I cow boy hanno il potere di farlo e noi, fruitori, ci sentiamo supereroi quando condividiamo questa “verità” e ci chiudiamo al dibattito, tanto se qualcuno dice “non è vero” lo banniamo. Intanto le élite di potere contituano ad operare indisturbate.
Concludo con una citazione da un articolo di Fernando Viveros
“Non è semplicemente “cultura di massa” alla vecchia maniera, ma la sua mutazione ipermoderna: non c’è più un solo messaggio discendente, ma una nuvola di microracconti orchestrata da piattaforme tecnologiche che catturano e monitorano desideri, paure, incertezze, speranze. Le masse si popolano di individui narcisisti che condividono lo stesso spettacolo, mentre gli algoritmi inquadrano quella dispersione trasformandola in tendenza, polemica, consumo, esaltazione o linciaggio collettivo.”
E il “cow boy”, declinato nella realtà attuale, ha vinto.
