Meloni chi? Il Belpaese degli eterni voltafaccia
In Italia - nell’Italia della palude, del generone, del ventre molle, del 30% che si sposta di qua o di là a seconda del vento che tira - funziona sempre così.
Arriva uno (o una) nuovo o che dice di essere nuovo o che millanta di essere nuovo o che i beninformati dicono trattarsi di uno nuovo, ma nuovo nuovo, nuovo di zecca, nuovo a cento carati e che sventola il vessillo del cambiamento che adesso basta che la gente è stufa che la gente non ce la fa più che la gente non arriva a fine mese e che è ora di finirla e l’Italia di cui sopra, quella della palude, del generone eccetera eccetera nel giro di un nano secondo si srotola ai suoi piedi e inizia a lustrargli, spazzolargli e leccargli le scarpe.
Ed è tutto un cinguettare, un pigolare, uno squittire e quanto è nuovo quello (o quella) e quanto è bravo e quanto è sveglio e quanto è ganzo e quanto è diverso da quei sepolcri imbiancati che governavano prima - ladri, parassiti, incapaci - e quanto ha le idee chiare, le idee giuste, le idee consone per far finalmente ripartire questo paese che è pur sempre il paese più bello del mondo. E tutti lì, all’unisono, ad applaudire, a incensare, a magnificare, a gorgheggiare sui giornali e nei talk show e nella cloaca dei social, soprattutto, le magnifiche sorti e progressive del nuovo leader, del nuovo capo, del nuovo statista capace di tenere testa agli Usa e alla Russia e alla Cina e di dirne quattro al sindacato, ma anche al padronato, di risvegliare il genio produttivo degli imprenditori, ma........
