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Il bimbo scampato al mostro. Natalino non è più “abusivo”. Il Comune gli assegna una casa

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01.04.2026

Natalino non è più «abusivo». Il Comune gli assegna una casa

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Firenze, 1 aprile 2026 – Tra il dare e l’avere, nel proprio conto con la vita, Natalino Mele resta ancora a credito. Ma il bambino che nell’estate del 1968 perse in una notte la mamma, Barbara Locci (ammazzata con l’amante, Antonio Lo Bianco, dalla calibro 22 che sarà poi quella del mostro di Firenze), e il babbo, Stefano Mele, arrestato, adesso ha una casa tutta sua. Gli è stata assegnata dal Comune di Firenze. Non un regalo, sia chiaro, e neanche un ristoro: per la condizione d’indigenza sua e della compagna, Natale, classe 1961, disoccupato, ne aveva pieno diritto. Anche se finora aveva campato a modo suo: dopo aver vissuto in una tenda nel parco di San Salvi, Natalino occupava una casa a Rovezzano.

Gli eventi che gli hanno segnato la vita

Da quando aveva sei anni e mezzo, una serie di eventi gli hanno segnato la vita. L’ultimo è stato la scoperta, nell’ambito di un’indagine della procura, di non essere figlio biologico di Stefano Mele, ma di Giovanni Vinci, il fratello maggiore di Francesco e Salvatore, sospettati a più riprese, quest’ultimi, di essere il serial killer delle coppiette. “Non me l’aspettavo”, ammette.

Però quel giorno della convocazione in procura, Natale scoprì di avere un altro padre, ma ha anche incontrato un amico, più che un avvocato assegnatogli d’ufficio. Lorenzo Tombelli ha sbrigato per lui quelle pratiche che Mele, per quell’avversione ormai congenita a carte e uffici, non aveva mai neanche avvicinato.

E così, ieri mattina, un assistente sociale di Palazzo Vecchio e due incaricati della cooperativa Il Girasole, gli hanno consegnato le chiavi di un bilocale a Novoli, cucina-tinello, una camera da letto, bagno, ripostiglio e terrazza. “Bellissima, non ho mai avuto una casa così”, commenta mentre cerca di capire come funziona la piastra ad induzione.

La svolta è a suo modo epocale, si trasferirà dal sud al nord della città. La tramvia è però a due passi. “Ogni tanto tornerò a mangiare a Varlungo, quelle donne mi aspettano”, ridacchia. Poi torna serio: “Devo imparare anche come andare a Trespiano a trovare la mia mamma”. Stamani, intanto, si completerà il trasloco: lui e la compagna saliranno sulla Panda della cooperativa sociale con le proprie cose infilate nei sacchetti. “Puntuale giù alle 10.30”, si raccomanda l’assistente sociale.

E così, quando ha già firmato i moduli, mentre si confeziona una sigaretta con la sciarpa viola al collo in memoria dei tempi da ultrà con Ciccio Fiorenza e gli altri della curva Fiesole, inevitabilmente i discorsi ritornano laggiù, a Signa, in quella notte dove tutto è cominciato.

Natalino, protagonista anche nella serie Netflix, venne infatti risparmiato da quella mano che invece uccise i due amanti. I colpi della pistola, che sparerà altre sette volte, tra il 1974 e il 1985, mietendo altre 14 vittime, lo svegliarono mentre dormiva sul sedile posteriore. E come arrivò, nel cuore della notte, senza scarpe, a un’abitazione distante un paio di chilometri, resta uno dei tanti enigmi che costellano i diciassette anni della scia di sangue del mostro di Firenze: lui non ricorda. Per quel delitto del 1968, Stefano Mele è stato condannato in via definitiva. “Ma io non penso che sia stato lui. Revisione? Eh magari arrivasse una nuova prova. Come quell’altro sardo, Zuncheddu. Anche lui è stato tanti anni in galera, eppure era innocente”.

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