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Luci e ombre di Sylvia Plath. Il dramma sbarca a Pisa

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31.03.2026

Annick Emdin: il suo spettacolo andrà in scena giovedì alle 21 al Teatro Nuovo di Pisa

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"È possibile stare al mondo senza tradire ciò che si è, o il prezzo da pagare è inevitabile?". È da questo interrogativo che nasce lo spettacolo "Per amore di Johnny Panic" di Annick Emdin che cura anche la regia insieme a Silvia Lazzeri, dedicato alla poetessa Sylvia Plath. L’evento, che andrà in scena giovedì alle 21 al Teatro Nuovo di Pisa e che vede Veronica Rivolta nel ruolo della protagonista, vuole trasformare una vicenda biografica in qualcosa di più ampio: non solo il racconto di una donna, né soltanto quello di una scrittrice tormentata: vuole mettere in scena la frattura tra identità e aspettativa, tra ciò che si è e ciò che il mondo chiede di essere. Plath vive nell’immaginario perfetto, quello degli anni ’50, fatto di ordine, ruoli definiti e felicità apparentemente accessibile, e una realtà interiore molto più complessa, che non trova spazio né forma dentro quel modello. Da una parte la superficie luminosa, quasi patinata, dall’altra un’oscurità che non si lascia contenere.

Emdin, che cosa racconta lo spettacolo su Sylvia Plath?

"Una frattura che non si ricompone. Da una parte c’è l’immagine perfetta degli anni Cinquanta, la moglie, la madre, la casa ordinata, un mondo che funziona e cresce. Dall’altra, qualcosa dentro di lei che non può stare lì. Non è solo disagio: è incompatibilità. Plath prova a entrare in quella ‘cartolina’, ma ciò che ha dentro è troppo complesso e radicale per essere contenuto".

E in questa frattura prende forma Johnny Panic: cos’è?

"Una presenza costante. È il panico che non scompare mai, neanche quando fuori tutto sembra andare bene. Convive con la luce di quell’epoca, con la bellezza, con le aspettative. È l’ombra che resta anche nei momenti felici, anche dentro ciò che dovrebbe essere stabilità". È la società il problema o l’individuo?

"Lo spettacolo non ha risposta. La società di allora imponeva modelli rigidi, soprattutto alle donne, e Plath si è scontrata con questo. Ma allo stesso tempo in lei c’era qualcosa che andava oltre il contesto: una tensione continua tra desiderio di vivere e quello di morire. Una contraddizione comune all’umanità, solo che in lei esplode".

Ed è qui che la sua storia parla a tutti.

"Perché non è soltanto un caso individuale o clinico: è un conflitto umano universale portato all’estremo. Tutti, in forme diverse, si muovono dentro quella stessa domanda: quanto posso essere me stesso senza smettere di stare al mondo?".

Riflessioni relegate al mondo anni ‘50 da cartolina o ancora attuali?

"Cambiano le forme, ma non il meccanismo. L’ideale di perfezione esiste ancora, oggi si è spostato anche sui social. E forse siamo meno abituati a stare nel nostro malessere, a riconoscerlo, a conviverci".

Una storia ancora attuale.

"Non potrebbe essere diversamente: l’essere umano desidera comunque far parte di un gruppo, è nella nostra natura. Ma quella di Sylvia era una complessità troppo grande per poter essere felice in quel contesto. E in fondo vale ancora oggi: la ricerca della felicità, in qualsiasi epoca, resta qualcosa di difficile".

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