Colle, la tristezza e l’orgoglio. Niente ‘Capitale della Cultura’ ma passione ed impegno al top
"Continuiamo a credere nel valore delle iniziative che uniscono e valorizzano la città"
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C’è, nei colligiani, una qualità antica e quasi liturgica: la diffidenza. Non è una gretta chiusura, ma una vigilanza dell’animo, un istinto affinato dal tempo e dalle esperienze, che li tiene sul chi va là. Così li descriveva Enzo Sammicheli, detto Burasca, sindaco e fine osservatore delle pieghe morali della sua comunità: un popolo che concede fiducia con parsimonia, quasi fosse moneta rara da custodire. Eppure, questa volta, qualcosa si era incrinato in quel consueto riserbo. La candidatura aveva acceso una speranza, una tensione collettiva che travalicava lo scetticismo. A testimoniarlo la stessa Pro Loco che ha espresso dispiacere: "Siamo sinceramente rattristati per l’esito, ma rimaniamo orgogliosi dell’impegno collettivo e della passione che questa città ha saputo mostrare".
I colligiani, così, avevano sospeso il giudizio, accettato il rischio della delusione, abbracciato un sogno che prometteva riscatto e visibilità, pur senza sapere, in fondo, se quel dossier fosse davvero il migliore: forse con qualche spigolo ancora da smussare, talvolta poco concentrato su quella città che ha fatto la storia della Toscana al tempo dei Medici, forse poco Arnolfo e un po’ troppo inglese, tutte impressioni, giudizi personali e fini a se stessi. Anche Fabio Cambi, responsabile Confcommercio Colle e Poggibonsi commenta: "Anche noi condividiamo il dispiacere per il risultato, ma continuiamo a credere nel valore delle iniziative che uniscono e valorizzano Colle".
A confermare questo attaccamento quel foro contemporaneo che sono i social network. Scorrendo le pagine degli altri finalisti, si coglie uniformità di toni, entusiasmo composto ed anche indifferenza. Nel caso di Colle emergeva qualcosa di differente: una coralità sincera ed un senso di appartenenza che travalicava la mera occasione. Resta un dato da non trascurare: un progetto del genere, calato in una città di piccola o media dimensione, assume un valore particolare, quasi più denso, più esposto, più carico di significati. Non è questione di sterile campanilismo, né di proclamare una superiorità che sarebbe, oltreché vana, inelegante. Piuttosto, come ammoniva Curzio Malaparte, si tratta di riconoscere una diversità irriducibile, una cifra identitaria che non necessita di confronti per legittimarsi.
I colligiani in questo sono certamente "diversi": più guardinghi, certo, ma anche, quando decidono di credere, straordinariamente compatti. Così, se oggi qualcuno si rifugia nel consueto scetticismo, non resta che sorridere con bonaria ironia: dopotutto, anche i più diffidenti, per un attimo, avevano abbassato la guardia. Forse è proprio questo il segno più autentico di una speranza che, pur ferita, non è affatto svanita.
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