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Torna al lavoro e si dimette. “Mamma bis e impiegata, impossibile conciliare i tempi”

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17.03.2026

La seconda maternità e la scelta: dimettersi. La storia di una donna di Pistoia

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Pistoia, 17 marzo 2026 – Paradosso nell’era del (presunto) welfare: tornare al lavoro dopo la maternità e doversi dimettere subito dopo per impossibilità di conciliare la vita familiare con il lavoro. Una resa inevitabile, un vicolo cieco in cui molte mamme lavoratrici si trovano costrette, così come Letizia – il nome di fantasia che abbiamo scelto per tutelarne la privacy – che alla vigilia di quel rientro sa già cosa accadrà di lì a poco: al giorno uno della ripresa del lavoro rassegnerà le sue dimissioni. Antefatto: Letizia è una giovane donna di Pistoia, lavora da diversi anni per la stessa azienda che ha sede fuori provincia e che a suo tempo l’ha assunta con contratto indeterminato. Una tranquillità per la vita? Macché. E non perché l’azienda non sia florida – i dipendenti sono tanti, il lavoro non manca -, ma perché sulla flessibilità non c’è margine di trattativa. Il che suona un po’ come un ultimatum: o osservi categoricamente l’orario o sei fuori.

“Quando sono rimasta incinta la prima volta – racconta lei – ho avanzato la mia richiesta. Non un part time, che in questa azienda per altro non è contemplato, ma un lavoro che fosse flessibile. L’unica opzione prospettata è stata uno smaltimento ferie, che non ho accettato. Ma di fronte al rischio di ritrovarmi senza lavoro non ho potuto far altro che adeguarmi. Ho pensato: lascerò la bambina all’asilo finché posso, mi farò aiutare dai nonni. Oggi capisco che questo adeguarmi è stato sbagliato. E non ho intenzione di ripetere lo stesso errore con questo secondo figlio e fare quella stessa vita”.

Non va meglio sul versante lavorativo del padre dei due bambini. Anche lui assunto a tempo indeterminato, anche lui impiegato in un’azienda privata con sede fuori dalla città di residenza: “Qualsiasi richiesta legata alla paternità – dice arresa lei – ha significato mobbing. Un disastro”. Ed eccoci quindi all’oggi, con tutta quella serie di incognite che si parano quando ti trovi a compiere un passo mai fatto prima.

“Ad oggi sto usufruendo del congedo e ne potrei usufruire anche al rientro, ma non come strumento sul lungo termine su base oraria. Sto per rientrare e quel che farò sarà dimettermi e, a quel punto, aprire partita Iva. Mi sembra l’unica soluzione per evitare la disoccupazione, per continuare a lavorare. Perché io al lavoro non voglio rinunciare. Un salto nel vuoto, con possibilità di fallire. La mia è purtroppo una storia come ce ne sono tante”. Un caso, appunto, sicuramente non isolato: nel 2025 a Pistoia, ultimo dato disponibile fotografato dall’Ispettorato del lavoro, sono state 149 le donne a richiedere dimissioni protette dal lavoro, ovvero entro i tre anni di vita del figlio. Un numero in aumento rispetto all’anno precedente che certamente ha a che fare con l’impossibilità di vivere una vita da equilibriste, tra famiglia e lavoro.

“Normale che questo accada se quello che viene chiamato ‘welfare’ – conclude Letizia – è affidato totalmente alla famiglia. Un primo passo avrebbe potuto essere il congedo parentale paritario, se solo fosse stato promosso. E non tanto per la prospettiva lavorativa, o comunque non solo: è per il benessere psichico della mamma, della coppia e quindi della famiglia”.

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