Chiosco sotto i portici, affitto nullo. Il condominio deve restituire centomila euro al fioraio
Dehors di piazza della Repubblica (Giuseppe Cabras/New Press Photo)
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Firenze, 15 aprile 2026 – Centomila euro di affitto per lavorare sotto i portici di piazza della Repubblica. Ma quei soldi non dovevano essere pagati. Il tribunale di Firenze ha dichiarato nullo quel contratto e ha condannato il condominio a restituirli al commerciante. È una vicenda che ruota attorno a uno spazio nel cuore del centro storico, concesso per l’installazione di un chiosco a uso commerciale adibito alla vendita di fiori.
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Per più di 10 anni è stato versato un canone di 1200 al mese al condominio proprietario dello spazio sotto i portici, mentre l’occupazione dell’area era allo stesso tempo regolata da una concessione del Comune per la quale il commerciante (difeso dagli avvocati Andrea Benvenuti e Giovanni Gambino) versava circa 3mila euro l’anno. Un doppio titolo che, però, non ha retto al vaglio del giudice. Il punto è giuridico, ma ha effetti molto concreti. I portici del centro, anche quando sono formalmente di proprietà privata, sono soggetti a uso pubblico: devono restare a disposizione della collettività. Un vincolo che limita in modo netto i poteri del proprietario e la possibilità di sfruttare economicamente quelle aree e che viene cristallizzato dall’articolo 823 e 825 del codice civile.
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La decisione del tribunale
Secondo il tribunale, proprio per la presenza di questa servitù il condominio non poteva concedere in locazione quello spazio per un utilizzo esclusivo. Non è solo una questione di compatibilità con il passaggio pedonale: il problema è più a monte.
Su un’area destinata all’uso pubblico non può nascere un contratto tra privati che attribuisca a un singolo un diritto esclusivo dietro pagamento. Da qui la conclusione: il contratto è nullo, come se non fosse mai esistito. E quando un contratto è nullo, le somme versate devono essere restituite. In questo caso, si tratta di oltre 100mila euro di canoni incassati nel tempo.
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“C’è soddisfazione nel vedere la pronuncia – spiega l’avvocato Benvenuti interpellato da La Nazione – si parla di un commerciante che ha dovuto pagare una cifra superiore ai mille euro al mese per 10 anni. Non sono una cifra irrisoria, soprattutto se sommata ai 3mila euro annui che il cliente versava anche al Comune. La giurisprudenza in passato si era già pronunciata in questa direzione e il principio viene ora ribadito”. Resta invece il diritto dell’esercente a riavere quanto pagato, con gli interessi. Una pronuncia che mette nero su bianco un principio chiaro: nei beni privati gravati da uso pubblico, la disponibilità economica del proprietario è fortemente limitata e i rapporti tra privati non possono prevalere sull’interesse collettivo.
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