Delizia e castigo di essere Gucci. “La griffe non è più nostra, ma il gusto ce l’abbiamo nel dna”
Patrizia Gucci (Foto Gianluca Moggi/ NewPressPhoto)
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Firenze, 13 settembre 2026 – La griffe con il suo cognome non le appartiene più. Da anni ormai è della holding francese Kering, applicata su borse disegnate da altri, venduta in negozi che lei stessa, entrando in incognito, guarda con “tristezza” prima di uscire subito. “Non mi riconoscono più”. Eppure Patrizia Gucci, pittrice e designer, bisnipote di Guccio, non parla come chi ha perso tutto ma come chi ha tenuto per sé l’unica cosa che, dice, non si può vendere ma si eredita per sangue: il gusto, lo stile. È da questa distinzione — il marchio ceduto, eleganza e creatività come patrimonio genetico — che bisogna ripartire per raccontare la sua storia, e quella di una famiglia fiorentina che non ha perso l’azienda in un giorno solo, ma goccia dopo goccia. Un’erosione lenta che lei stessa non condanna, conservando un garbo antico anche quando parla dell’altra Patrizia. La Reggiani. Mandante del delitto di suo cugino Maurizio.
Nel suo libro ‘Gucci, la vera storia’ racconta contrasti tra padri, figli, fratelli e cugini che portarono alla cessione. C’è stato un momento preciso in cui avete perso il controllo, o è stata un’erosione lenta?
“Molto lenta. Il problema era che l’azienda era divisa: Maurizio aveva il 50%, mentre mio nonno Aldo, mio padre Paolo e i miei zii Roberto e Giorgio avevano il 3% ciascuno. Una........
