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Paolo Bacciotti: “La prima cosa bella? Odore di grano. Per Tommasino volevo morire, ora lui salva vite”

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05.04.2026

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Firenze, 5 aprile 2026 – Diceva Ardengo Soffici che i due odori più buoni e più santi sono quelli del pane caldo e della terra bagnata dalla pioggia. Pane e terra. Cioè radici, quelle che Paolo Bacciotti ha salde nel piccolo mondo antico che lo ha visto bambino e che oggi lo vede uomo passato in mezzo a un strazio infinito dell’anima che ne ha forgiato l’amore più bello, quello per gli altri.

Bacciotti, chiuda gli occhi e torni alla sua infanzia. Cosa ricorda? Il primo profumo?

“E’ cambiato tutto. Io sono nato nell’ospedalino di Fiesole, era il 1962. A otto anni lo zio mi portava alla battitura, si passavano le giornate a tirare fuori il chicco. Mi ricordo le mucche bianche che tiravano i carri”.

Montebeni era più campagna di oggi?

“Ma sì. C’erano i contadini, i trattori. Firenze era vicinissima, ma da quassù non vedevi nulla”.

Il babbo aveva messo su una bottega?

“Sì, negli anni ’50. Si vendeva il vino, i pollami. All’epoca si servivano da noi quelle trenta, quaranta famiglie della vallata di Ontignano e Montebeni”.

“Guardi che in parte è rimasto così. Io devo sempre risalire subito qui quando vado a Firenze. Quassù passa una macchina ogni due ore, d’estate senti ancora le cicale. Ci sono le galline, i bambini delle famiglie che vengono al ristorante sono contentissimi quando le vedono”.

Ma a Firenze ci doveva pur scendere da ragazzo.

“Eh sì, facevo l’alberghiero. Mi portava il mio babbo una Seicento multipla, quella con gli sportelli che si aprivano al contrario”.

“Sì, ma io gli dicevo “Oh babbo, lasciamo ducento metri prima“. Mi vergognavo a farmi vedere che ero accompagnato”.

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Giocò per un periodo anche a pallone, giusto?

All’inizio nei ragazzi della Fiorentina, poi smisi. Andai nei giovanissimi del Fiesole.

“Parecchia bottega, a 13 anni e mezzo ero già in sala. S’immagina se lo facessero fare a un ragazzino oggi. Ma è lì che ho imparato il lavoro”.

“Il militare a Verona, mi misero a fare il cuoco. Nel 1981 la mamma, che era la cuoca, si sentì male . Mi buttarono dalla sala in cucina. Ma io ero un cameriere...”.

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“Cominciai a studiare le ricette della mamma, quelle della nonna. Oggi dopo 45 anni sono ancora qui”.

Tanta Fiorentina ancora prima di Antognoni oggi, ai suoi tavoli.

“Tantissima. Venivano i giocatori come Merlo, Chiarugi. Poi il povero Baretti, cliente fisso. E Ugolini, la famiglia Pontello. Ah, qui ha mangiato anche Sandro Pertini”.

“Venne che era presidente della Repubblica, con il professor Barile”.

Quando è mancato il suo babbo che messaggio le ha lasciato?

“La semplicità. Da noi venivano tutti questi personaggi e lui non usava nemmeno la macchina fotografica. Aveva costruito tutto sa solo, lui che era un fattore”.

Un messaggio forte di famiglia.

“Certo, a tavola si mangia sempre tutti insieme. Oggi come allora”.

“Di non far mancare mai un sorriso e una battuta. Qui da noi i clienti venivano da bambini e tornano oggi che sono nonni”.

Dobbiamo parlare anche di dolore, del più forte che si possa immaginare. Tommasino.

“Conobbi mia moglie Barbara nel 1991, nel ’97 venne a vivere qui da me. I primi mesi dell’anno dopo nacque lui. In poco tempo capimmo che aveva un problema. Lo facemmo visitare. Ci richiamarono al Meyer. Ricordo un salone e tanti medici. La sentenza: tumore cerebrale alla ghiandola pineale. Ci crollò il mondo addosso. Non capivo. Cosa vuol dire un tumore a un bambino?”.

“Provammo tutte le cure, al Meyer, poi in Germania. A giugno del 1999 ci dissero: “Non c’è più niente da fare”.

E’ una domanda stupida: cosa provò?

“Avevo finito di sperare, di combattere. La mia voglia era solo quella di buttarmi da un ponte e farla finita”.

Poi la fase più atroce.

“Ci attaccammo a tutto e finimmo nelle mani di Alex Orbito, un sedicente guaritore”.

In realtà un farabutto.

“Spaccava provette di sangue in un un po’ di cotone che poi appoggiava sulla testa di Tommasino. Ce lo mostrava e ci diceva che gli stava togliendo l’energia negativa. Era sangue di maiale. Ci ha portato via tantissimi soldi. Eravamo fragili, distrutti. La mia più grande soddisfazione, più tardi, è che sia stato condannato”.

Oggi la Fondazione Tommasino Bacciotti è una bellissima relatà. Case gratis alle famiglie che portano i bimbi malati a farsi curare al Meyer.

“Trenta appartamenti, nel 2026 ne apriremo altri due. Chi arriva non spende un soldo, deve solo stare tranquillo. So cosa stanno passando qelle persone. Chiedo solo una cosa loro, un messaggio su un quaderno prima di andare via”.

Il più bello che ha letto?

“Guardi, (ha la voce rotta dal pianto ndr). Hanno scritto ’Senza di voi non ce l’avremmo mai fatta’”.

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