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Dario Cecchini e quella bistecca dentro una bara: “Panzano noiosa? No, è la mia vita. Ho Instagram ma non so cos’è”

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29.03.2026

Firenze, 29 marzo 2026 – “Io qui ho un piccolo podere e lo sa che un pezzettino è anche in provincia di Siena? Perché noi, qui a Panzano, alla fine non siamo né fiorentini, né senesi. Siamo ni’mezzo. Siamo chiantigiani”. Già il Chianti, pancia toscana dolce di vino e di coltello, terra ruvida e gentile insieme in un cocktail rarissimo di ’c’ aspirate ma morbide, di bocche spalancate e ridanciane, meno prudenti della pissera e guardinga Firenze. Il Chianti, oggi puntellato di resort iperchic per tedeschi in accappatoio e scorci refrattari ai filtri degli smartphone, ieri frontiera generosa e spiccia da maniche arrotolate e pochi discorsi. Qui si è forgiato Dario Cecchini, il poeta-macellaio che nel 2001 s’inventò il funerale della bistecca, portando in questo piccolo borgo le telecamere di mezzo mondo.

Cecchini, che infanzia ha avuto?

“Bellissima. Con il babbo e la mamma sempre in bottega nella piccola via XX luglio dove tutte le nonne, insieme alla mia, erano le mie nonne”.

Un welfare analogico?

“Eh sì (ride ndr). Tutti gli usci delle case erano aperti e con le chiavi infilate nelle toppe. La mia vita è sempre stata qui. Lo sa cosa mi dicono spesso? “Te tu hai fatto strada“”.

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“Sì, ho fatto dieci metri. Da casa a bottega. Panzano mi ha aiutato, è il mio mondo”.

Mi par di capire che quando è a Firenze per lavoro non vede l’ora di tornare nel suo paese?

“Vede, io voglio bene a Firenze. Ci ho fatto il liceo. Ma la sera devo tornare qua, devo dormire a Panzano. E poi la mattina devo andare da Paolo”.

“Il mio barbiere, ha 86 anni. Tutte le mattina mi sistema i baffi e mi pettina. “Sei la bandiera del paese, devi essere sempre a posto“, mi dice”.

Si sente una bandiera?

“Ma no, ho solo una cosa che mi rende felice. Ho messo Panzano nella mappa geografica e, quando non ci sarò più avrò lasciato questo al mio paese. Un briciolino, ma qualcosa è. Un tempo dicevi ’Panzano’ e ti dicevano: “Ah, sì forse ho capito, vicino a Greve? Si passa da Grassina?”.

Quando ha iniziato a fare il macellaio?

“Tra poco saranno 51 anni. Dovetti farlo per forza, quando la mamma e il babbo si ammalarono. Prima studiavo Veterinaria a Pisa, poi mi spostai a Agraria a Firenze ma non potevo andare avanti. C’era da lavorare”.

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Veterinaria? Allora lei ama gli animali.

“Il macellaio pensa sempre prima agli animali e poi alle persone. Io ci sono cresciuto con loro, giravo in Vespa con il babbo tra gli allevamenti. Ho gli odori nelle narici, le facce dei vecchi contadini negli occhi. Gli animali devono vivere nel miglior modo possibile, poi noi li macelliamo per nutrirci. È il ciclo della vita. Quando nelle mie botteghe si mangia, al tocco e alle otto e tutti allo stesso tavolo, onoriamo l’animale: il ringraziamento per la morte che nutre la vita”.

Le piace la cucina etnica?

Mah (sospira ndr). Diciamo così, la cucina o è bona o cattiva. Detto questo assaggio tutto, anche per curiosità. Però ecco... Non è nel mio Dna. Una pappa al pomodoro o una trippa non sono cucina, sono appartenenza”.

Sente molto l’appartenenza?

“Quando faccio qualche giretto con mia moglie e torno da Roma in macchina quando vediamo il cartello che annuncia la fine dell’Umbria e l’inizio della Toscana tiro sempre giù il finestrino, anche se piove, e le dico “L’è un’altra aria...“”.

Veniamo a quel marzo 2001, il funerale della bistecca messa al bando dalla mucca pazza. Ma come le venne in mente?

“Premessa. Io ho sempre praticato la ’nobile arte del cazzeggio’. Celebrare il funerale era l’unico modo per fare ironia”.

Sì, ma con una bara vera?

“Chiamai il mio amico Paolo che aveva un’impresa funebre. Sua mamma disse: “Siete, pazzi, e se serve a qualcuno?“. “Per ora no, facciamo le corna“. Si prese, ci si mise dentro la lombata e si partì col carro funebre”.

“C’era una folla enorme in paese. Tutti pigiati. Diventò virale, anche senza telefonini”.

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A proposito, come se la cava con lo smartphone?

“Beh, lo uso. Per telefonare. Abbiamo anche Instagram, facciamo i reel. Anche se non ho mica capito bene cosa sia sa. Io non ho mai acceso un computer, so usare le mani però. E per questo sono grato alla bottega, al fatto di esserci entrato da ragazzo”.

Cosa ricorda del paese in gioventù?

“L’ultima Sita da Firenze partiva alle otto la sera. E allora mentre gli amici andavano a giro in città o al mare io restavo qui. Ricordo la noia di una paese negli anni ’60. Come nella canzone ’Giovane esploratore Tobia’ di De Gregori quando dice ’Morbillo, tristezza e nessun’altra malattia’. Pensavo che qua non ci fosse nulla. E invece ora le dico che c’era tutto”.

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