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Meglio qualche disagio rispetto all’immobilismo

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01.03.2026

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Firenze, 1 marzo 2026 – Il nuovo ponte sull’Arno attira la curiosità di tanti fiorentini. Sui lungarni sono all’opera numerosi ingegneri dell’ultim’ora pronti a dare spiegazioni; lasciamo a loro le considerazioni tecnico-professionali del caso e rimaniamo sulle questioni politiche. Firenze è una città profondamente conservatrice e conservativa, nonostante sia amministrata da sempre dalla sinistra (o forse proprio per questo). L’ex sindaco Leonardo Domenici ama ripetere che Firenze è una città di destra; senz’altro ha una storia politica diversa rispetto a Sesto Fiorentino, nota come Sestograd, alla quale Ernesto Ragionieri dedicò un suo noto libro: «Un Comune socialista».

Dunque, in questa città conservativa e conservatrice - sempre uguale a sé stessa, anche nella capacità di borbottare, basta leggere che cosa scriveva Giovanni Papini più di 100 anni fa: «A Firenze, appena si sente un po’ più la miseria, si dice: ‘Quest’anno non c’è forestieri’» – si levano gli scudi contro l’aeroporto, la tramvia e la stazione ad alta velocità. Su questa battaglia si sono concentrate le attenzioni di un pezzo della politica, ma anche di una sorta di comitato nobili che ha acquisito notorietà per via della ormai famigerata vicenda del «cubo nero» di cui si parla molto da mesi. La soluzione di chi si oppone alle infrastrutture della città, soprattutto quelle dedicate alla mobilità, è la città museo. Ma Firenze è già una preziosa città museo, diamo pure ai lettori questa notizia tutt’altro che rassicurante. Ci manca solo che venga messa nell’ambra come la zanzara di Jurassic Park. L’ambra peraltro è stata già abbondantemente riversata sulla città.

È esemplare la vicenda dello stadio Artemio Franchi, la cui ricostruzione è stata per anni al centro delle paranoie della politica locale, pronta a usare i soldi del Pnrr, dunque le tasse di francesi e olandesi, per il restauro: i governi della città e della Regione temevano che il compianto Rocco Commisso diventasse il proprietario dello stadio (magari dopo esserselo pagato da solo, inaudito…) e che volesse lasciare troppo la propria impronta personale. Qualcuno indicava come comportamento deteriore l’aver osato mettere il proprio nome sulla struttura del Viola Park (anche quella dopo essersela pagata di tasca propria) ed era preoccupato che il defunto proprietario della Fiorentina volesse rifare la stessa cosa a Campo di Marte.

Il comitatismo come si vede alberga un po’ dappertutto, anche tra chi governa. Commisso non aveva certamente rilevato la Fiorentina per fare beneficienza e aveva senz’altro calcolato il rischio di impresa: il rischio dell’immobilismo però rischia di pagarlo la cittadinanza che non aspira a vivere di rendita («Metà dei fiorentini campa direttamente alle spalle degli stranieri e l’altra metà vive alle spalle di quelli che campano alle spalle dei forestieri», sempre Papini nel 1913) e chi ritiene che le città non siano creature imbalsamate. Nessuno nega i disagi dei lavori, soprattutto quelli della tramvia. Ma un conto è invocare il rispetto delle scadenze, chiedere di ridurre l’impatto degli interventi pubblici sulla vita quotidiana dei cittadini (i disagi ovviamente non spariranno); un altro conto è pensare che le città e i quartieri siano il mausoleo per cimeli di famiglia, per quanto autorevoli, da mostrare ai turisti in gita per qualche ora nel centro storico.

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