La legittima difesa nel teatro della politica
L’uomo di strada guarda tivù e video in rete, poi si domanda “chi mai sarebbe oggi capace di difendersi da furti e aggressioni come ai tempi dei miei nonni?”. Gli italiani, forse anche gli europei, hanno perso la reattività ancestrale, una caratteristica animale che non si riacquista in palestre d’arti marziali. Del resto, chiedetevi perché un possente molosso soccombe a cospetto di un lupo magro e affamato?
Chi vi scrive viene dal Sud, e ricorda nei dintorni di Bari i contadini e proprietari di botteghe capaci di malmenare ladri ed estortori: lo facevano in silenzio, nessuno li filmava, nessuno sapeva; poi il maresciallo verbalizzava che s’erano fatti male nella fuga, inciampando negli attrezzi. Nei nostri tempi sono estinte quelle pulsioni.
Allora c’era anche la prevenzione: si riunivano, li affrontavano nelle strade di campagna, fermavano i ladri e li stigmatizzavamo “non dovete più passare da qua”; a Ruvo, Corato e Terlizzi tendevano veri e propri agguati ai “ladri di Bitonto”, tra i più abili di quel territorio. Nessuno gridava allo scandalo, giornali e magistratura ignoravano il fenomeno finché non ci scappava il morto: anche allora tra la “gente bene” si creavano opposte fazioni circa la “legittima difesa”. Ma la politica del Pci come del Msi alla fine si metteva d’accordo con la Diccì.
Veniamo a oggi, con le polemiche politiche sui fatti di cronaca degli ultimi tempi, sfociate nelle proposte del generale Vannacci, che vorrebbe ampliare la “legittima difesa” in base al “pericolo percepito”, a cui si contrappone parte della sinistra che invece rispolvera tesi restrittive che permetterebbero solo allo Stato la difesa del cittadino. Di........
