La lunga mano del Cremlino
Un rapporto Onu documenta come Mosca perseguiti oppositori, giornalisti e attivisti anche all’estero, attraverso operazioni clandestine, intimidazioni, procedimenti giudiziari e strumenti finanziari. Una strategia che minaccia le vittime, ma anche la sovranità dei Paesi che le ospitano.
Lasciare il proprio Paese per sfuggire alla persecuzione politica non significa necessariamente ritrovare la libertà. Per molti russi che si oppongono al Cremlino, denunciano la guerra di aggressione contro l’Ucraina o esercitano il proprio diritto di critica, l’esilio non è una garanzia di sicurezza. La repressione li raggiunge a migliaia di chilometri da Mosca, con minacce, arresti e pressioni sui familiari. È il quadro che emerge dal rapporto “Nowhere is safe: exporting the rule of fear beyond borders – transnational repression by the Russian Federation”, presentato al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni unite dalla relatrice speciale Mariana Katzarova. Il documento descrive la repressione transnazionale non come una successione di episodi isolati, ma come uno strumento sistematico della politica dello Stato russo.
Questa strategia ha subito un’accelerazione dopo l’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina, nel febbraio 2022. La successiva mobilitazione militare ha contribuito a un esodo che, secondo il rapporto, ha coinvolto tra 650mila e 900mila cittadini russi: giornalisti, attivisti contro la guerra, difensori dei diritti umani e obiettori di coscienza, tra gli altri. Persone che, pur avendo trovato rifugio all’estero, continuano a essere considerate dalle autorità russe una minaccia da neutralizzare. Il numero medio annuo degli episodi documentati di repressione transnazionale è aumentato di circa otto volte........
