“Zar Trump”: l’Intelligence di chi è?
In una Repubblica democratica è caldamente sconsigliato che il leader supremo si intesti la titolarità dell’intelligence, al contrario di quanto fanno Xi Jinping, Vladimir Putin e altri autocrati sparsi per il mondo, creando il corrispettivo del Grande fratello orwelliano che tutto vede e tutto controlla. Ora, come interpretare la scelta di Donald Trump di mettere, seppure ad interim, a capo del National intelligence un suo fedelissimo, Bill Pulte, con un curriculum di certo non altezza della situazione, tale da rendere l’attuale presidente americano più simile a “Zar Putin” con il suo tentacolare e onnipresente Fsb, che al grande Ronald Reagan che ebbe a nominare un esperto del calibro di William J. Casey? Andrebbe chiarito ai decisori democratici che l’Intelligence è una partita molto seria, imponendo severi vincoli legali, approfonditi standard operativi, disciplina analitica e una vera attitudine a valutare il rischio di operazioni coperte. Bisogna, infatti, avere il talento giusto per passare dal dato grezzo (denso di rumore “bianco”) a quello finale che rappresenta la vera informazione di intelligence, tenuto conto che le fonti possono mentire e gli avversari adoperarsi per manipolare l’informazione, mentre occorre saper pesare i margini di incertezza di una determinata valutazione. E questo è, in sintesi, proprio il lavoro che spetta al Director of national intelligence (Dni) che deve approvvigionare i decisori politici di riferimento con fatti, messe in allerta e giudizi anche non graditi. Con questa nomina “personale”, Trump si prende la solenne censura del paludato New York Times per aver nominato come Dni un........
