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Paura, invidia e antisemitismo – Seconda parte

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28.09.2026

Non esiste alcun criterio scientificamente accettabile per stabilire incontrovertibilmente quale percentuale dei «grandi uomini» della storia appartenga a un popolo o a un altro. Esistono però indicatori non arbitrari. Per esempio questo: gli ebrei costituiscono oggi circa lo 0,2 per cento della popolazione mondiale; grosso modo due esseri umani ogni mille. Eppure circa un quinto dei vincitori individuali del premio Nobel dal 1901 a oggi è costituito, secondo le ricostruzioni biografiche disponibili, da ebrei o persone di origine ebraica.

La sproporzione rispetto al peso demografico mondiale è dell’ordine di cento a uno, e non riguarda una sola disciplina. Circa un quarto dei Nobel per la fisica e per la medicina, attorno a un quinto di quelli per la chimica e circa quattro su dieci di quelli per l’economia appartengono a questa piccolissima minoranza.

In matematica, dove il Nobel non esiste, circa un quarto dei vincitori della Fields Medal è ebreo o di origine ebraica. Nell’informatica ritroviamo una forte sovra-rappresentazione fra i vincitori del Turing Award. Una nota ricerca sui cento psicologi più eminenti del Novecento collocava attorno al quaranta per cento la presenza di studiosi ebrei o di origine ebraica.

Le percentuali cambiano a seconda dei criteri utilizzati. L’ordine di grandezza del fenomeno rimane, e in campo musicale è ancora più evidente. Qui le statistiche sono inevitabilmente meno rigorose, perché non esiste un premio universale capace di stabilire chi siano stati i maggiori interpreti del Novecento, ma forse proprio nella musica i nomi riescono a dire ciò che le percentuali non possono dire.

Basta prendere il violino: Jascha Heifetz, Yehudi Menuhin, Nathan Milstein, David Oistrakh, Isaac Stern, Joseph Szigeti, Henryk Szeryng, Leonid Kogan, Itzhak Perlman, Pinchas Zukerman, Ivry Gitlis, Shlomo Mintz, Gil Shaham, Maxim Vengerov. E, risalendo nel tempo, Joseph Joachim e Henryk Wieniawski.

Non esiste alcun criterio scientificamente accettabile per stabilire incontrovertibilmente quale percentuale dei «grandi uomini» della storia appartenga a un popolo o a un altro. Esistono però indicatori non arbitrari. Per esempio questo: gli ebrei costituiscono oggi circa lo 0,2 per cento della popolazione mondiale; grosso modo due esseri umani ogni mille. Eppure circa un quinto dei vincitori individuali del premio Nobel dal 1901 a oggi è costituito, secondo le ricostruzioni biografiche disponibili, da ebrei o persone di origine ebraica.

La sproporzione rispetto al peso demografico mondiale è dell’ordine di cento a uno, e non riguarda una sola disciplina. Circa un quarto dei Nobel per la fisica e per la medicina, attorno a un quinto di quelli per la chimica e circa quattro su dieci di quelli per l’economia appartengono a questa piccolissima minoranza.

In matematica, dove il Nobel non esiste, circa un quarto dei vincitori della Fields Medal è ebreo o di origine ebraica. Nell’informatica ritroviamo una forte sovra-rappresentazione fra i vincitori del Turing Award. Una nota ricerca sui cento psicologi più eminenti del Novecento collocava attorno al quaranta per cento la presenza di studiosi ebrei o di origine ebraica.

Le percentuali cambiano a seconda dei criteri utilizzati. L’ordine di grandezza del fenomeno rimane, e in campo musicale è ancora più evidente. Qui le statistiche sono inevitabilmente meno rigorose, perché non esiste un premio universale capace di stabilire chi siano stati i maggiori interpreti del Novecento, ma forse proprio nella musica i nomi riescono a dire ciò che le percentuali non possono dire.

Basta prendere il violino: Jascha Heifetz, Yehudi Menuhin, Nathan Milstein, David Oistrakh, Isaac Stern, Joseph Szigeti, Henryk Szeryng, Leonid Kogan, Itzhak Perlman, Pinchas Zukerman, Ivry Gitlis, Shlomo Mintz, Gil Shaham, Maxim Vengerov. E, risalendo nel tempo, Joseph Joachim e Henryk Wieniawski.

Non si tratta semplicemente di un elenco di eccellenti violinisti: una parte considerevole della storia dell’interpretazione........

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