Hegel, l’islam e il destino della civiltà democratica
Quando, quasi due secoli fa, Georg Wilhelm Friedrich Hegel teneva a Berlino le sue lezioni sulla filosofia della storia e della religione, non poteva certo prevedere cosa sarebbe successo nell’Europa del XXI secolo. Non poteva immaginare i quartieri periferici di Parigi, Londra o Bruxelles, né le grandi migrazioni provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente. Eppure, se oggi si cercano categorie filosofiche capaci di comprendere ciò che sta accadendo nel continente europeo e in tutto il mondo occidentale, è difficile trovarne di più penetranti delle sue.
Non perché Hegel avesse previsto gli eventi. La filosofia non prevede gli avvenimenti concreti; individua le strutture profonde dalle quali essi possono nascere. Gli avvenimenti dipendono da infinite circostanze contingenti; le strutture, invece, hanno una durata molto più lunga e, proprio per questo, consentono allo storico di formulare ipotesi sul futuro. Come avrebbe osservato molti anni dopo Raymond Aron, non si tratta di profetizzare, ma di prolungare nel futuro le tendenze già presenti nel passato e nel presente, salvo che intervengano fattori nuovi capaci di modificarle.
Se le strutture rimangono immutate, anche le conseguenze tendono a rimanere tali, e per comprendere quelle che sono ancora oggi attive può risultare sorprendentemente attuale la categoria hegeliana di “mediazione” (Vermittlung). Per Hegel, infatti, la storia delle religioni non consiste semplicemente nel succedersi di diverse credenze: ogni grande religione esprime un diverso rapporto tra Dio, l’uomo e la società, e da quel rapporto discendono conseguenze filosofiche, giuridiche e politiche destinate a modellare intere civiltà.
L’ebraismo rappresenta, ai suoi occhi, la scoperta della trascendenza assoluta di Dio: essendo infinitamente superiore al mondo, l’uomo gli deve obbedienza, ma fra il Creatore e la creatura permane una distanza che nessuna realtà terrena può colmare. L’islam porta questo stesso principio all’estremo della sua universalità. Hegel ne parla con una certa ammirazione: nessun’altra religione, secondo lui, aveva affermato con tanta forza la sovranità di un riferimento radicale all’assoluto. Di fronte all’unico Dio, tutte le differenze sociali, etniche e politiche sembrano dissolversi. È questa semplicità grandiosa ad aver alimentato l’energia straordinaria delle prime conquiste islamiche, capaci di travolgere in pochi decenni imperi che apparivano invincibili.
Ma in quest’aspetto Hegel individua anche il limite dell’islam: se Dio è l’unica realtà assoluta, il mondo tende inevitabilmente a perdere autonomia. La famiglia, lo Stato, il diritto, la società civile e perfino l’individuo finiscono per ricevere il loro significato soltanto dal rapporto diretto con la volontà divina. Tra l’Assoluto e la realtà storica manca quella serie di mediazioni che costituisce, secondo Hegel, il fondamento stesso della libertà moderna.
Il cristianesimo rappresenta invece una svolta radicale: con l’incarnazione, Dio entra nella storia e l’infinito assume il finito senza annullarlo. La persona umana acquista una dignità che non deriva semplicemente dalla sua sottomissione all’Assoluto, ma dalla partecipazione stessa al divino. È da questa mediazione che, lungo un processo secolare e spesso contraddittorio, nasceranno l’autonomia della coscienza, la distinzione tra sfera religiosa e sfera politica, il diritto, i corpi intermedi e infine lo Stato moderno.
Naturalmente Hegel sa bene che nessuna civiltà realizza........
