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Sudan: il fallimento della dittatura islamica e della comunità internazionale

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Il fallimento catastrofico degli interventi delle varie “comunità internazionali” negli scenari di crisi, si manifesta nella quasi totale assenza nella protezione delle persone più vulnerabili. Un rapporto reso pubblico la settima scorsa ed elaborato dal Consiglio danese per i rifugiati, Drc, mostra una previsione degli sfollati a livello planetario in aumento di oltre quattro milioni sia per questo anno che per il 2027. Almeno 117 milioni hanno dovuto lasciare la propria terra, va inoltre considerato quel milione e mezzo di libanesi sfollati dall’inizio di marzo. Sempre la Drc ha attestato che nel 2025 c’è stato un aumento delle violenze sulla popolazione in aree critiche di quasi il 15 percento rispetto all’anno precedente.

Le aree dove tali violenze dilagano vanno dal Myanmar al Sudan, e gravano soprattutto sui civili, donne e adolescenti in particolare. Vengono distrutte indiscriminatamente le strutture sanitarie, ospedali e luoghi di cure e assistenza che anche se poco organizzati sono fondamentali per una popolazione senza alcuna risorsa.

Il fenomeno degli sfollati in Sudan ha raggiunto livelli che superano i parametri del significato di catastrofe umanitaria; oltre quattordici milioni di persone che hanno lasciato la propria terra per migrare in luoghi difficilmente più sicuri, divisi tra quasi sei milioni di sfollati oltre frontiera e il restante interni ai confini del Paese.  In Sudan, a tre anni esatti dall’inizio della guerra civile, non si scorge il minimo segno di una tregua, ma altrettanto sono poco intuibili gli obiettivi che hanno in programma le due fazioni contendenti. Tre anni dove il comune denominatore è stata la crudeltà; un conflitto foraggiato da nazioni straniere che stanno supportando le due parti, Arabia Saudita ed Egitto oltre gruppi armati regionali a sostegno di Abdel Fattah al-Bourhane comandante delle Forze Armate Sudanesi, Saf e Emirati Arabi Uniti più fazioni regionali, in appoggio a Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come “Hemetti”, a capo dei paramilitari delle Forze di Supporto Rapido, Rsf.

Proprio le Rsf sono state il principale sostegno della dittatura islamista imposta dal generale Omar Hasan al-Bashir (1989-2019), deposto con un colpo di Stato, che ha posto al potere Abdalla Hamdok fino al golpe del 2021, che ha consegnato il Sudan in mano al militare al-Bourhane. Per la storia, definirla cronaca è ormai riduttivo, gli ufficiali delle Saf, comandati da al-Bashir, deposero, nel 1989, il governo democratico di Sadiq al-Mahdi, grande oppositore dell’introduzione della sharia in Sudan. Il passaggio successivo fu l’esautoramento del parlamento, della libertà di espressione, e la dissoluzione di ogni partito politico, sulla linea di una dittatura islamista. Inoltre, il terrore divenne un sistema di governo e fu dichiarato il jihad, inteso erroneamente come “guerra santa”, contro i sudanesi del Sud di religione cristiana, che portò alla spartizione del paese e alla nascita, nel 2011, del Sud Sudan. Il Sud Sudan ha circa il settanta per cento di cristiani, il restante osserva le religioni tradizionali, una sparuta minoranza musulmani.

Possiamo dire che il Sudan nel suo complesso è la rappresentazione del fallimento dell’islam shariatico al potere nel paese? Probabilmente sì, in quanto oggi le fazioni in guerra sono ambedue islamiche e le stragi, i massacri, gli stupri, gravano nella quasi totalità sulla popolazione musulmana.  Il 15 aprile si è inscenato il terzo anno della guerra in Sudan; un conflitto dalle proporzioni immense. Stime certamente non esatte, a causa della grande difficoltà di controllo certo dei deceduti, attestano oltre centocinquantamila morti, almeno venti milioni con gravi difficoltà di sopravvivenza a causa della scarsità di cibo, oltre 14 milioni tra sfollati e rifugiati. Migliaia di sistematici stupri, alcuni milioni di adolescenti che non usufruiscono di nessun tipo di istruzione, oltre centinaia di migliaia di nati a cui non è stato possibile registrare la nascita. Se la guerra civile dovesse terminare oggi sarebbe già stato ipotecato il futuro di una generazione almeno per un decennio; la guerra ha già rimodellato profondamente la linea economica del paese, tanto è che le stime sulla economia del Sudan prevedono la perdita di almeno 19 miliardi di dollari del suo Pil, prodotto interno lordo, entro i prossimi quindici anni.

Ma come si può spiegare l’esasperata brutalità di questa guerra e quali sarebbero stati gli obiettivi dei contendenti? La risposta può essere anche articolata, in quanto l’avere imposto una dittatura islamista, o avere fatto riferimento all’islam per giustificare scelte oppressive, come la privazione delle minime libertà, non è sufficiente per comprendere le torture, le crocifissioni di donne, le violenze portate all’estremo che stanno tratteggiando la vita dei sudanesi, di ogni credo religioso. La realtà è che il potere, la ricchezza, il possesso di una quantità di oro e pietre rare inimmaginabile in mano a pochi, e il mercato legato al commercio di questi materiali preziosi, sono i fattori guida di questa tragedia.

Una tragedia che ha prodotto immani ricchezze ai capi delle due fazioni; ma che cosa ha causato al Paese? In breve: la distruzione delle infrastrutture ha prodotto la perdita di circa sette miliardi di dollari del suo Pil solo nel 2023, l’anno precedente il Pil era di circa 26 miliardi, quindi un crollo di tutti i principali settori dell’economia sudanese, dovuto in gran parte alla distruzione delle infrastrutture. La devastazione dei terreni agricoli, dei sistemi di irrigazione e delle reti di trasporto ha ridotto del 16 per cento le superfici coltivate. La distruzione delle fabbriche nei centri urbani, l’interruzione della fornitura di energia elettrica hanno causato un crollo dell’attività industriale di circa il 90 per cento con conseguente chiusura di aziende e perdita di posti di lavoro. Così l’erogazione di energia elettrica e acqua potabile si è ridotta di quasi il cinquanta percento. La conseguenza del malfunzionamento delle reti idriche ha causato la diffusione delle epidemie, tra cui il colera, aggravando ulteriormente la situazione di un settore sanitario già ai minimi termini. Inoltre la produzione petrolifera è diminuita a causa della diffusa instabilità e dei danni alle infrastrutture. Al-Jaili la raffineria della capitale Khartoum che lavorava fino a centomila barili al giorno e forniva circa la metà del fabbisogno di carburante del Sudan, è fuori servizio da metà 2023. Quindi non è solo una crisi, ma una sistematica disgregazione del futuro di un Paese

Insomma, un dramma umanitario che suggella due grosse criticità: l’impotenza della Comunità internazionale e l’egoismo di leader politici che nascondendosi dietro una dittatura islamica massacrano il proprio popolo e mortificano la propria fede.

Aggiornato il 20 aprile 2026 alle ore 09:57


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