Matteo (Salvini) e i doni della morte
I guai per il leader leghista sembra non finiscano mai. A questo punto sorge il sospetto che un po’ sia lui a cercarseli. Probabilmente è così. D’altro canto, non è facile creare una creatura (parliamo della sua Lega 2.0) impiantando una testa pensante su un tronco di cadavere (la Lega della prima ora) e farla vivere una vita felice e normale. Lo sappiamo dai tempi di Mary Shelley e del suo Frankenstein che le “mostruose creature” prima o dopo si perdono. Salvini ci ha provato – gli va dato atto e merito – ma certi esperimenti possono scoppiare tra le mani. Nel 2013, con un coraggio fuori del normale, raccatta i cocci di una Lega bossiana in frantumi. A quella comunità, ridotta ai minimi termini, confusa e disorientata, il “Capitano” offre qualcosa di più di una tattica politica per risalire la china elettorale: offre una visione. Riposiziona il partito su una chiara strategia di lotta al mondialismo e ai suoi nefasti effetti sui lavoratori e sui piccoli e medi imprenditori. La parola d’ordine non è più la secessione del Nord dal resto della Nazione, di bossiana memoria, ma l’unità del Paese nella lotta all’eurocrazia.
La chiamata si indirizza al “popolo degli abissi” (la definizione è di Giulio Sapelli), discendente morale degli “straccioni di Valmy” ma che, diversamente dai suoi mitici antenati, trae origine e ragione d’essere dalla pulsione negativa vissuta dai ceti medi produttivi tradizionali e dalle classi meno abbienti verso il fenomeno crescente del turbocapitalismo trainato dall’attitudine egemonica della globalizzazione economica. E quello sventurato popolo risponde. Come la monaca di Alessandro Manzoni, nei Promessi Sposi. Le elezioni che si susseguono dopo la resurrezione palingenetica della Lega sono una entusiasmante cavalcata tra successi in un crescendo rossiniano. Europee, maggio 2014: 6,16 per cento; rinnovo Camera dei deputati, marzo 2018: 17,35 per cento; rinnovo Senato, marzo 2018: 17,61 per cento;........
