La crisi del diritto internazionale nell’era del globalismo
I. Il diritto internazionale oggi
Durante il mio impegno accademico ultratrentennale mi sono occupato di Diritto internazionale e Storia delle relazioni internazionali. Ho condiviso con gli studenti frequentanti le lezioni la certezza e la consapevolezza che il diritto internazionale fosse uno scudo capace di proteggere i più deboli dalle prepotenze dei più forti, ponendo ogni mia attenzione professionale a non deluderli. Negli ultimi anni invece mi sono trovato nella difficile posizione di chi deve spiegare non soltanto come funziona un sistema giuridico, ma perché quel sistema faccia fatica a tenere il passo con un mondo che cambia più in fretta di quanto qualsiasi ordinamento abbia mai dovuto affrontare nella storia una simile accelerazione. Riflettendo oggi, alla luce dei gravi e recenti accadimenti internazionali, ritengo che la crisi del diritto internazionale contemporaneo non sia un tema su cui semplicemente dibattere ma sia qualcosa di preoccupante che si avverte nella lettura delle sentenze dei tribunali arbitrali internazionali, nei rapporti delle organizzazioni non governative relativamente alle condizioni di lavoro nelle catene globali di fornitura, nei dibattiti infiniti e spesso sterili delle commissioni Onu che discutono di Intelligenza artificiale e di armi autonome dal controllo dell’uomo senza riuscire a produrre in tali delicati e complessi temi norme vincolanti. Siamo in presenza di una crisi silenziosa, tecnica nella sua apparenza, ma politicamente e umanamente profonda.
E chi la esamina professionalmente ha, a mio avviso, il dovere di affermarlo con chiarezza, senza nascondersi dietro il paravento del linguaggio specialistico e formalmente aderenziale. La tesi che desidero illustrare in questa breve riflessione è, nella sua essenza, semplice: infatti la nascita del diritto internazionale è stato portato alla luce dagli storici che ne individuano l’origine con la Pace di Westfalia del 1618 il cui fine era quello di governare un mondo di Stati sovrani che interagiscono tra loro come entità distinte e territorialmente definite. Quel mondo continua a esistere ancora, ma accanto ad esso – e sempre più al di sopra di esso – oggi si è via via affermata una realtà economica e tecnologica globale che non conosce frontiere, che non rispetta giurisdizioni, che opera con una velocità e una complessità che le categorie giuridiche tradizionali non riescono a governare. Purtroppo non è colpa di nessuno in particolare. È, invece, la conseguenza di una trasformazione storica che nessuno aveva pienamente previsto, ed alla quale nessun sistema giuridico era preparato.
II. Tre storie che il diritto non sa raccontare
Prima di addentrarsi nella disamina degli argomenti tecnici, desidero soffermarmi su tre gravi fatti accadutiti. Non li ricordo, a chi legge, purtroppo per mero tuziorismo oratorio: li cito perché mi sembrano più eloquenti di qualsiasi costruzione dottrinale nel mostrare dove e come il diritto internazionale fallisce nella tutela delle persone che dovrebbe proteggere. Il primo grave fatto è accaduto il 24 aprile 2013, a Dacca nel Bangladesh. Alle ore 8 e 57 del mattino il Palazzo Rana Plaza crolla su sé stesso. Muoiono 1.134 lavoratori, quasi tutte donne, quasi tutte giovani, quasi tutte impegnate a cucire capi di abbigliamento per marchi occidentali che incolpevolmente molti di noi indossano. Le crepe nei muri erano state segnalate il giorno prima. I responsabili delle fabbriche avevano ordinato di lavorare lo stesso, sotto minaccia di licenziamento. I marchi committenti occidentali non erano parti di alcun contratto con quelle lavoratrici: il loro rapporto contrattuale si fermava ai subfornitori locali. E il diritto internazionale (le convenzioni dell’Oil, gli accordi commerciali e i trattati di investimento) non imponeva a quelle imprese alcun obbligo di verificare le condizioni in cui i propri prodotti venivano realizzati.
Non c’era una norma violata. C’era, semplicemente, un vuoto normativo di dimensioni enormi, e dentro quel vuoto sono morte 1.134 persone. Il secondo grave fatto è accaduto la primavera del 2013 a Cipro. Il Governo dell’isola trovatosi sull’orlo del collasso finanziario, accetta un salvataggio internazionale che include un prelievo forzoso sui depositi bancari superiori ai centomila euro. Famiglie che avevano risparmiato per anni si svegliano un mattino con i conti correnti alleggeriti per decisione di organismi – il Fondo monetario........
