menu_open Columnists
We use cookies to provide some features and experiences in QOSHE

More information  .  Close

Dagli stracci a Vannacci

31 0
15.06.2026

Ogni fenomeno politico rilevante può essere letto a due livelli: come fatto in sé, (un protagonista, un programma, un consenso) e come indicatore di qualcosa che il fatto stesso non contiene. Roberto Vannacci appartiene alla seconda categoria più che alla prima.

Il mezzo milione di preferenze raccolto alle elezioni europee del 2024 e la continua crescita del suo consenso, per ora registrata solo nei sondaggi, non si spiegano attraverso il contenuto della proposta, che ancora non si conosce nel dettaglio, ma attraverso ciò che dicono dell'elettorato.

Chi volesse liquidare il fenomeno vannacciano con lo snobismo del radical chic rischierebbe di non comprendere la parte più interessante della questione. Cinquecentomila persone non votano per errore o per distrazione ma perché qualcosa in quel linguaggio, in quel tono, in quella figura risponde a un bisogno che il sistema politico ordinario non riesce più a soddisfare.

Proprio per questo per comprendere le ragioni strutturali del successo di Vannacci è necessario risalire al ciclo politico che lo ha preceduto.

Matteo Salvini e Giorgia Meloni hanno costruito per anni un immaginario di rottura radicale: rimpatri di massa presentati come misura immediata e realizzabile, sovranità monetaria, ostilità sistematica verso l’Unione europea, ammirazione esibita per la Russia di Putin e per gli Stati Uniti di Trump come modelli alternativi all’ordine liberale occidentale. Era la retorica dell’improbabile presentata come possibile: efficace quando i due si sono trovati all’opposizione, difficile da fare quando sono passati dietro i banchi del governo.

Quando Meloni è approdata a Palazzo Chigi, la distanza tra la promessa e la realtà si è rivelata incolmabile per la struttura stessa del potere in una democrazia liberale: i trattati europei, i mercati finanziari, gli alleati atlantici, la burocrazia dello Stato non si piegano agli slogan elettorali e l’azione di governo ne è risultata fortemente vincolata. Ed è in quel preciso istante che è nato un elettorato orfano della promessa originale e al contempo smarrito tra la radicalità di ieri e la normalizzazione di oggi. Allora la ruota degli esposti ha iniziato a girare e ad affidare gli elettori in stato di abbandono al nostro generale che si è reso subito disponibile ad accoglierli e ad accudirli.

Il legame di filiazione politica e culturale che unisce il capo di Futuro Nazionale a quello di Fratelli d’Italia e a quello della Lega ricalca, con le dovute proporzioni storiche e culturali, quello che un tempo legò Silvio Berlusconi a Indro Montanelli.

Il celebre giornalista seminò per decenni, dalle colonne del Il Giornale, i granelli identitari della futura Forza Italia: l’anticomunismo viscerale, la disistima per la sinistra in cachemire, l’allergia per lo Stato, l’avversione verso........

© L'Opinione delle Libertà