Ma il campo largo è una coalizione o solo un’alleanza?
C’è il rischio, procedendo così, di costruire un fronte unito solo dall’avversione all’avversario
Non è una questione di calendario. È una questione di verità. La disputa sulle primarie nel campo largo fa riaffiorare di una frattura finora tenuta sotto traccia. Giuseppe Conte insiste per scegliere subito il candidato premier, trasformando la selezione della leadership nel primo atto della costruzione politica. Elly Schlein chiede invece di partire dal programma, consapevole che senza una piattaforma comune il leader rischia di essere poco più di un simbolo. E Romano Prodi, con l’autorevolezza di chi quell’esperienza l’ha guidata, invita a rovesciare l’ordine apparente delle cose: prima il progetto riformista, poi – semmai – le primarie, dentro un percorso di partecipazione reale. A questa triade si aggiunge una voce che viene da più lontano ma che colpisce nel segno. Arturo Parisi, che fu con Walter Veltroni uno dei veri architetti dell’Ulivo, mette il dito nella piaga: non ha senso cercare un capo se il campo largo è soltanto un’alleanza contro qualcuno. «Solo le coalizioni hanno un capo e un progetto – ricorda – mentre le alleanze hanno tanti capi e tante idee quante sono le liste che hanno in comune soltanto un nemico».
Il punto, ancora una volta, non è la procedura. È la sostanza. Il campo largo, così com’è oggi, non è una coalizione. È una possibilità. Tiene insieme culture politiche che finché restano sul piano delle dichiarazioni possono convivere, ma che entrano in tensione non appena si passa alle scelte concrete. La guerra in Ucraina è il banco di prova più evidente. Non tanto nella condanna dell’aggressione russa, che è condivisa, quanto nelle conseguenze operative: il sostegno militare a Kiev, il ruolo dell’Europa, il tema – ormai ineludibile – del riarmo. Qui la distanza tra una cultura riformista, che considera la difesa europea una condizione della pace, e una cultura populista, che guarda con diffidenza all’aumento delle spese militari e tende a preferire soluzioni più ambigue, non è una sfumatura. È una linea di demarcazione. E non è l’unica. Dalla politica economica al rapporto con Bruxelles, fino all’idea stessa di governo: da una parte chi ritiene che governare significhi assumersi responsabilità anche impopolari; dall’altra chi ha costruito il proprio consenso contestando proprio quelle responsabilità. Ecco perché la scorciatoia delle primarie può diventare un alibi. Scegliere il leader prima di aver sciolto questi nodi significa evitare la domanda decisiva: il campo largo vuole essere una coalizione di governo, come fu l’Ulivo, oppure una semplice alleanza elettorale per battere Giorgia Meloni e il centrodestra?
Non è una distinzione accademica. L’Ulivo nacque come progetto di governo, con una linea europea chiara, una piattaforma riconoscibile, una sintesi – faticosa ma reale – tra culture diverse. Non era un cartello contro qualcuno, ma un’offerta politica per il Paese. Oggi il rischio è opposto: costruire un fronte unito solo dall’avversione all’avversario, capace forse di reggere una campagna elettorale, ma destinato a incrinarsi quando si tratterà di decidere. Per questo le parole di Prodi e Parisi non suonano come nostalgia, ma come un promemoria severo. Perché alla fine la politica non perdona le ambiguità. E i nodi, quando arrivano al pettine, non si sciolgono con un voto alle primarie. Si sciolgono – oppure si spezzano – nel momento in cui si prova a governare insieme. E allora si scopre se il campo largo è davvero un campo. O soltanto una linea tratteggiata sulla sabbia.
