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Raffaele Giuliani, il nuovo leader che resiste all’algoritmo

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30.03.2026

Divulgatore e riferimento politico sui social, Raffaele Giuliani rappresenta un modello emergente

Raffaele Giuliani ha ventitré anni ed è un comunicatore politico sui social. Nell’ultimo reel esprime la sua gioia per la vittoria del no al referendum. Occhiali tondi neri, una maglia rossa fiammante di Che Guevara sotto la giacca e una cosa che oggi vale più di qualunque tesseramento: attenzione. Duecentomila follower, video lunghi in controtendenza rispetto al consumo rapido e una dichiarazione che suona già politica: «Abbiamo vinto». Il “no” al referendum, rivendicato come se fosse anche suo.

Non è un leader, ma si comporta come se fosse già dentro una dinamica di rappresentanza. E, in parte, lo è. Nei commenti politici, gente nota e persone comuni lo ringraziano, gli scrivono di aver cambiato idea «grazie ai tuoi video». In un ecosistema che vive di scorrimento, Giuliani rivendica la lentezza come atto politico.

«Sono un resistente all’algoritmo», dice a L’Espresso. «La cultura è sotto attacco. Guardare un video complesso, leggere, è già una forma di resistenza». Poi ammette il compromesso: parole che non si possono dire, contenuti che non passano. «Se parlo di Gaza, su TikTok sparisco. Alcuni termini non entrano più nella sezione “per te”. È un controllo che diventa propaganda». Il suo percorso nasce quasi per caso. «Durante la quarantena facevo meme, avevo diciotto anni. Poi mi sono iscritto a Psicologia e mi sono spostato sulla politica». Il passaggio decisivo arriva con le elezioni: «Le prime in cui ho votato. Lì ho capito che non era più solo interesse personale».

Intanto frequenta le piazze. «Per me la politica è lì. I social sono un mezzo, non il fine». È stato nelle manifestazioni per il referendum per il no, per protestare sul tema del voto fuori sede. Non si limita a commentare: occupa spazio fisico. Sul sistema politico ha idee già orientate. «Se vuoi recuperare i giovani devi candidare giovani. Se mi rispecchio, mi sento rappresentato». E sui leader del Campo largo  non ha esitazioni: «Sceglierei Elly Schlein. È competente, anche se ha avuto difficoltà comunicative. Può migliorare». Aggiunge Silvia Salis, sindaca di Genova. «Forte, credibile. Lei già efficace nella comunicazione». Critica anche chi, come Giorgia Meloni, ha provato a entrare nei linguaggi nuovi: «Ha fatto bene ad andare nel podcast di Fedez e Mr. Marra, ma ha sbagliato approccio. Era come in tv. Parlava come se davanti avesse Bruno Vespa. Quegli spazi vanno conquistati in modo diverso».

Le sue priorità sono chiare, quasi già da programma elettorale: «Educazione sessuo-affettiva, la patrimoniale». Poi si corregge, ma solo formalmente: «È presto per me per parlare di politica attiva. Ma in un certo senso lo sto già facendo e voglio entrare in politica». Giuliani non è ancora dentro i partiti, ma è già dentro il discorso pubblico. Non rappresenta un’eccezione, ma un modello emergente: divulgatori che diventano riferimento, community che si trasformano in consenso, linguaggi che anticipano la politica anziché inseguirla. Nelle sue stories scrive: «Io non posso fare altro che ringraziarvi. È un’enorme vittoria collettiva. Per la prima volta mi sento parte di qualcosa: siete voi».

Funziona, ed è questo che dovrebbe interrogare chi continua a considerare i social un terreno minore. Perché lì, oggi, si formano opinioni. E qualcuno, anche a 23 anni, ha già capito come. Attenzione a non vederlo arrivare.


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