Giovani, social e violenza: il gesto estremo arriva dopo segnali ignorati. Tra disagio mentale, esposizione digitale e vuoto educativo
Prima il tredicenne che ha accoltellato la sua professoressa a Trescore Balneario, poi l'arresto di un diciassettenne residente a Perugia, accusato di star progettando una strage a scuola. Due fatti distinti che convergono nello stesso punto cieco: il sottobosco digitale
Il tredicenne di Trescore Balneario che il 26 marzo ha accoltellato la sua insegnante di francese, Chiara Mocchi, ha ripreso l’aggressione in diretta su Telegram. Il video è stato poi condiviso anche da alcuni tra i principali siti di informazione, producendo un evidente rischio emulativo e violando la deontologia professionale, oltre a ledere i diritti della vittima, esposta pochi istanti prima dell’aggressione. Questo serve a inquadrare le responsabilità e la sottovalutazione di questi strumenti anche da parte di chi dovrebbe utilizzarli con rigore per fare informazione e invece cede alla logica del click per aumentare visibilità.
Nelle stesse ore è emersa la notizia dell’arresto di un diciassettenne residente a Perugia, accusato di star progettando una strage a scuola e di frequentare un gruppo Telegram legato alla cosiddetta “razza ariana”, mentre lavorava anche alla fabbricazione di armi.
Due fatti distinti che convergono nello stesso punto cieco: il sottobosco digitale in cui molti ragazzi entrano per appartenere e ottenere riconoscimento, per carpire informazioni pericolose che gli adulti troppo spesso ignorano o fingono di non saper decifrare. Avete mai chiesto a vostro figlio o a vostra figlia se nella sua classe, tra i compagni o tra gli amici degli amici, c’è qualcuno che tiene nello zaino un coltello preso dalla cucina di casa? La risposta vi sorprenderà quanto la loro reazione: come se fosse normale.
Il progresso tecnico ha corso più veloce della nostra capacità di governarlo fino a non somigliare più a un progresso ma a un’involuzione. Nel vuoto lasciato dagli adulti si sono inseriti algoritmi, piattaforme, comunità tossiche, gruppi chiusi, linguaggi estremi. Le cause intentate contro le big tech e i risarcimenti miliardari richiesti negli Stati Uniti descrivono una responsabilità industriale reale, legata ai meccanismi di dipendenza e alla progettazione persuasiva dei social. Ma il risarcimento non restituisce il danno quando il danno è già entrato nelle case, nelle stanze dei nostri figli, nella loro formazione emotiva.
Già nel 2020 il documentario The Social Dilemma raccoglieva le ammissioni di ex dirigenti e tecnici della Silicon Valley sulla capacità delle piattaforme di orientare i comportamenti e generare dipendenza. La domanda, allora come oggi, resta la stessa: a che punto abbiamo accettato di consegnare tutto a questi strumenti? Dati, figli, confessioni, felicità, dolori. In cambio di visibilità. Dov’era allora e dove oggi la nostra Responsabilità?
I social hanno prodotto informazione, mobilitazione, partecipazione, coscienza pubblica su guerre, diritti, ingiustizie. Accanto a questo si è estesa una deriva che non può più essere minimizzata: persone travolte dalla solitudine che mostrano perfino gli outfit per entrare in clinica per curarsi, madri che indossano la biancheria intima delle figlie di nascosto (si fa per dire), challenge pericolose, skincare per bambine, figli trattati come prodotti, sottogruppi che si scambiano istruzioni su autolesionismo e disturbi alimentari, cyberbullismo e hater. E, sempre più spesso, un uso deformato dell’intelligenza artificiale, trasformata in amico, presenza consolatoria, consulente psicologico, come se un sistema statistico potesse sostituire la relazione umana, la competenza clinica, la responsabilità educativa.
Non può farlo perché non vive e non fa esperienze : non può amare, soffrire , essere felice. Noi genitori dobbiamo rimettere al centro l’educazione, la distinzione tra bene e male, la capacità di trasmetterla con coerenza. Non serve sottrarre i ragazzi al mondo, come pretendeva la cosiddetta “famiglia del bosco”. Serve educarli a stare nel mondo, a riconoscerne i rischi, a reggerne la complessità. I dati confermano che la questione non è teorica. Save the Children rileva che tra il 2014 e il 2024 è aumentata l’incidenza dei minori segnalati o arrestati per lesioni personali, rapina e rissa. Le armi diventano parole, la violenza si normalizza, il sangue si banalizza. La distanza tra finzione e realtà si accorcia, anche perché una parte dei ragazzi cresce in un immaginario in cui colpire e annientare appare semplice.
Anche i videogiochi, come altre forme di esposizione, sono stati a lungo sottovalutati e sembrano, secondo gli esperti, alcune delle cause dell’assuefazione alla violenza. Negli ultimi cinque anni, secondo Istat, donne tra i sedici e i ventiquattro anni dichiarano di aver subito violenza fisica o sessuale sono aumentate dal 28,4 al 37,6 per cento. Il suicidio resta tra le principali cause di morte tra i giovani. Per troppo tempo il disagio mentale degli adolescenti è stato archiviato come fragilità passeggera, capriccio, eccesso. La letteratura psicologica e i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità indicano invece una crescita significativa di ansia, depressione, comportamenti autolesivi. Non segnali marginali, ma forme di espressione di una sofferenza che non trova canali adeguati di ascolto e riconoscimento.
Per questo i gesti estremi non nascono istintivamente, ma da un accumulo ignorato. La sicurezza non può essere ridotta a un riflesso punitivo né a una formula propagandistica. È un processo collettivo. Si costruisce nel linguaggio che usiamo, nei limiti che diamo, nella qualità delle relazioni che offriamo, nella competenza con cui conosciamo gli strumenti digitali che hanno già occupato la vita dei nostri figli.
