Senza riforme il calo delle nascite
Conciliare lavoro e maternità potrebbe risollevare, anche solo in parte, il tasso di fecondità
I dati Istat pubblicati un paio di settimane fa confermano la crisi demografica che sta attraversando il nostro Paese, per lo meno in termini di nascite (la popolazione si è stabilizzata grazie all’immigrazione). I nati nel 2025 sono stati 355mila, un calo del 3,4% rispetto al 2024, il diciottesimo calo consecutivo dal 2008 quando i nati furono 577mila: rispetto ad allora siamo sotto del 38%. Tra il 1985 e il 2008 il numero dei nati era stato relativamente stabile, oscillando tra i 526mila (1995) e i 577mila (1985 e 2008). Questo può dare l’impressione che il crollo delle nascite sia un fenomeno recente, legato, in particolare, alla crisi economica: sarà un caso, dirà qualcuno, ma nel 2008 il nostro Pil (quanto si produce in Italia e il reddito degli italiani) aveva raggiunto un picco, superato solo nel 2023. In realtà le cose sono più complicate.
Il numero di nati in un certo anno dipende da due fattori: il numero di donne in età fertile e il numero medio di figli per donna in età fertile (chiamato tasso di fecondità). Il primo di questi due fattori, a sua volta, dipende da quante donne erano nate negli anni precedenti. Il che fa capire che la variabile chiave, quella da cui parte tutto, è il tasso di fecondità. Per capire quando è iniziato il declino demografico occorre allora andare a vedere indietro nel tempo cosa è accaduto al tasso di fecondità. E quello che si vede è che il crollo demografico si è manifestato in gran parte tra la fine degli anni ‘60 e la metà degli anni ’80.
Il tasso di fecondità era infatti ancora di 2,5 figli nel 1969 (con un numero di nati di 930mila unità): nel 1985 era sceso a 1,4. Con 2,5 figli per donna la popolazione tende a crescere perché 100 genitori sono “rimpiazzati” da 125 figli. Con 1,4 figli per donna la popolazione tende a scendere perché 100 genitori sono rimpiazzati da 70 figli. Il numero dei potenziali genitori, quindi, scende nel corso del tempo se il tasso di fecondità è sotto 2. Dalla metà degli anni ’80 fino al 2023 il tasso di fecondità ha oscillato tra 1,2 (raggiunto nel 1995 e nel 2023) e 1,5 nel 2008, calando poi nel 2025 a 1,14. In tutto questo periodo, quindi, e non solo dal 2008 siamo stati in crisi demografica, nel senso di avere una popolazione che, in assenza di migranti, si sarebbe tendenzialmente ridotta. In quest’ottica, il risultato del 2025 è ancora più preoccupante dato che il calo dei nati, da quando il fenomeno è iniziato, è più marcato: siamo del 62% sotto il livello del 1969.
C’è un’altra implicazione di tutto questo. Se le nostre condizioni economiche migliorassero si potrebbe sperare in un recupero del tasso di fecondità, ma certo non tale da tornare a un livello di 2 figli, come sarebbe necessario per mantenere la popolazione (e il numero dei potenziali genitori) costante nel tempo. Come dicevo, nel 2007, quando l’economia era ancora in buona salute, il tasso di fecondità era risalito a solo 1,5, peraltro anche per effetto del numero crescente di famiglie di migranti. Che fare allora? Oltre che fare riforme per la ripresa economica, dobbiamo investire maggiormente nelle misure per conciliare il lavoro con la nascita dei figli (asili nido, congedi parentali, eccetera). Almeno questo potrebbe riportarci vicino al tasso di fecondità medio europeo (1,34 figli). Ma, sinceramente, non abbiamo ancora una risposta ovvia, noi e il resto dell’Europa.
