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Steven Spielberg ha realizzato un film che supera ogni confine

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11.06.2026

Arriva in sala un grande film, anzi probabilmente un capolavoro, che ha il coraggio di lasciarci volutamente interdetti. Quanto affascinati. Pone una domanda ai limiti della fantascienza e della razionalità. È Disclosure day, il nuovo film di Steven Spielberg, uno dei due eventi cinematografici dell’anno, insieme a Odissea di Christopher Nolan (dal 16 luglio). Un duo cinematografico che consentirà alla Universal Pictures di monopolizzare gli schermi dell’estate.

Se il progetto Search for extraterrestrial intelligence (Seti) si basa sui radiotelescopi usati per cercare eventuali messaggi radio di forme di vita intelligente, quello che manda il maestro della fantascienza cinematografica all’intero genere umano è invece un messaggio alto. Quello di un cinema d’impronta umanistica su una civiltà giunta al suo ultimo stadio. Proprio come i possibili visitatori alieni che sarebbero già stati sulla Terra – venendo ancora oggi per studiarci – e che sarebbero arrivati da una dimensione “oltre” lo spazio-tempo per noi concepibile, Spielberg realizza a sua volta un film che va oltre ogni confine. Ma per poi tornare meglio al punto di partenza. Cioè all’umano ritrovato, all’umanità ritrovata. Forse per una nuova (ri)partenza, come il misterioso e intensissimo finale (un messaggio nel nero, sul quale non diremo di più) sembra suggerire.

Nel farlo incrocia il suo cinema e, una volta di più, il cinema tutto, mescolando i generi. Ma lo fa in un’opera che guarda all’umanità derelitta, alle stragi infinite dell’umanità contro l’umanità, agli abusi del potere, che si tratti delle deportazioni cieche e brutali delle persone, e alle malversazioni e torture praticate con implacabile leggerezza. Ma anche, per estensione, della violenza contro altri esseri viventi, come gli animali, che qui appaiono in una sequenza breve quanto fondamentale.

Fin dal principio siamo immersi in un’atmosfera priva di atmosfera, dalla luce livida, plumbea, senza suggestione apparente. Eppure intensa, estremamente pregnante per la sua dimensione claustrofobica, per l’ansia di fondo. Veniamo subito precipitati nelle gesta frenetiche di un gruppo di attivisti guidati da un certo Hugo (Colman Domingo) che guida da lontano due reclute chiave, Jane Blankenship (Eve Hewson) e Daniel Kellner (Josh O’Connor, al cinema anche con un delicato western dei nostri tempi, Rebuilding. Come l’acqua per il fuoco di Max Walker-Silverman, incentrato su persone impoverite dai recenti incendi nelle zone rurali degli Stati Uniti, causati dal riscaldamento globale).

Loro contraltare è un certo Noah Scanlon (Colin Firth), un sensitivo che guida gli agenti di un’oscura agenzia governativa collegata con il Pentagono che scopriamo presto essere dedita a ogni costo alla conservazione e alla segretezza delle prove di vita aliena sulla Terra.

Gli attivisti sono tutti ex agenti di questa agenzia, ora dissidenti, che cercano di trafugare e di rendere pubbliche le tante prove di oggetti volanti precipitati e di corpi dalle sembianze chiaramente non umane. Lo fanno a scapito della loro vita, poiché questa agenzia ritiene che l’opinione pubblica non possa accedere a informazioni ritenute troppo destabilizzanti, a verità che........

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