Due piccoli gioielli del cinema d’autore
Maigret. L’amore e la morte di Pascal Bonitzer, in sala con Lucky Red, è un gioiello del cinema d’autore francese scritto e recitato in maniera assolutamente perfetta e sempre coinvolgente. Al cinema esce anche il sorprendente En el camino del messicano David Pablos. Sono entrambi brevi e densi, opposti nella forma, ma con alcuni punti di contatto sorprendenti.
Non c’è dubbio che il film di Bonitzer, malgrado l’omicidio al centro della trama e le tematiche serie, in meno di un’ora e mezza diverta lo spettatore. Ma è un’ironia sottile, anche se pervasiva e costante. Un divertimento che sa rendere complice lo spettatore per la sua raffinatezza, tutta mentale ma per niente fredda. E lo coinvolge grazie anche, e forse soprattutto, a una vera maestria nel gestire una sorta di leggerezza di tono malgrado il celebre commissario deambuli, è il caso di dirlo, in un ambiente, quello della decadente aristocrazia francese ripiegata su se stessa, che lo sconcerta e lo spiazza. E sebbene abbia ovviamente tutto lo stile per dissimulare almeno in parte questo sconcerto.
Bonitzer, adattando il romanzo di Georges Simenon Maigret e i vecchi signori (Adelphi 2008), lavora tantissimo sui dialoghi, riscritti rispetto a quelli del romanzo, fedeli allo spirito di Simenon, ma densi e affilati. Grande è anche il lavoro nel montaggio delle scene, perché il montaggio, con i suoi tagli e accostamenti tra scene inizialmente imprevisti, è non spesso una seconda scrittura sul girato effettivo, non meno importante della sceneggiatura vera e propria. Dialoghi e montaggio fanno l’azione, in un film dov’è praticamente assente. E poi la direzione degli attori, assolutamente impeccabile. Del resto sono dei grandi interpreti. A cominciare da Denis Podalydès, membro dell’Académie française, come si legge nei titoli di testa. Tutti elementi che lo rendono assolutamente perfetto per la visione in lingua originale. Un Maigret carnalmente diverso, perché meno grosso, imponente, carnale appunto, rispetto alle altre interpretazioni, comprese quelle di Jean Gabin e di Gérard Depardieu nella versione recente di Patrice Leconte.
Bonitzer si dimostra non meno maestro nello sparigliare le epoche d’ambientazione. Siamo nel duemila ma potremmo essere anche negli anni cinquanta (o prima). Il cineasta commenta la nostra epoca, inserendo gli eventi nel mondo di oggi, ma allo stesso tempo leggermente nel passato, in anni che avrebbero introdotto la nostra epoca, dominata da internet e dagli smartphone.
Il tono del film è comunque atemporale, sospeso........
