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La New York degli anni ‘80, l’Aids, la gioia e l’ostinazione alla vita: tutto questo è “The Man I Love”

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23.05.2026

Rami Malek posa al photocall del film "The Man I Love" alla 79esima edizione del Festival del Cinema di Cannes

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Cannes – New York brucia di musica, desiderio, paura. È la città degli anni ’80, quella dei club downtown, delle luci sporche di Manhattan, dei loft attraversati da artisti, performer, drag queen, amanti che si stringono sapendo che il tempo potrebbe essere poco. Ed è anche la città dell’Aids. Della malattia che cade come un’ombra feroce sopra una generazione queer che aveva appena cominciato a conquistare libertà, visibilità, felicità. "The Man I Love" di Ira Sachs, passato in concorso a Cannes, è uno dei film più intensamente inclusivi e queer del festival. Non perché faccia discorsi teorici sull’identità. Ma perché restituisce corpo, sensualità, fragilità e memoria a una comunità che gli anni Ottanta americani hanno insieme celebrato e condannato.  

Il protagonista è Jimmy George, interpretato da Rami Malek: cantante, performer, artista della scena off-off Broadway, sieropositivo in una New York ancora attraversata dall’omofobia dell’America reaganiana. Jimmy sa di essere malato. Ma non vuole ridursi alla malattia. Vuole continuare a creare, cantare, amare, desiderare. È questo che rende il film così potente: non è un racconto sulla fine. È un racconto sull’ostinazione della vita. “Non è un film pieno di ospedali e medicine”, ha spiegato Malek a Cannes. “È la storia di un uomo che cerca disperatamente di continuare la sua attività artistica”. E........

© il Resto del Carlino