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Mio fratello Giorgio. Morandi

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22.04.2026

Il libro di Brunelli e Cremonini, con le foto di Breveglieri, viene presentato oggi al Grand Hotel Majestic

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Raccontare Giorgio Morandi non solo nella sua grandezza pittorica, ma soprattutto nella sua dimensione domestica e affettiva. Questo è il cuore del libro Mio fratello Giorgio di Elisabetta Brunelli e Maria Teresa Cremonini – anche presidente e vice presidente della Fondazione Giorgio Morandi–, edito da Minerva e arricchito dalle fotografie di Walter Breveglieri, che viene presentato oggi alle 18 al Grand Hotel Majestic Già Baglioni, alla presenza delle autrici in dialogo con il vicedirettore de il Resto del Carlino Valerio Baroncini, con Pier Luigi Masini, l’editore Roberto Mugavero e Tiberio Biondi, direttore Gh Majestic già Baglioni.

A oltre sessant’anni dalla scomparsa di Giorgio Morandi, il volume offre un ritratto inedito dell’artista, attraverso la voce di Maria Teresa, ultima delle tre sorelle del pittore e le foto ci restituiscono una città con le botteghe e i personaggi di un tempo.

Signora Brunelli, ogni libro ha un’idea propulsiva alle spalle, qual è stata la vostra?

"Come scrivo nella postfazione, il testo nasce da una proposta cinematografica che io e Maria Teresa facemmo a Pupi Avati qualche anno fa, in occasione della presentazione al Majestic del film La quattordicesima domenica del tempo ordinario. Antonio ci chiese la sceneggiatura che noi, un mese dopo, sottoponemmo a lui e Pupi a Roma. Nel tempo che loro si presero per pensare, noi abbiamo ritenuto di fare questo testo, che nasce quindi da una sceneggiatura ed è infatti scritto in modo colloquiale, basato sulle interviste che abbiamo fatto alle persone ancora viventi mentre redigevamo lo scritto".

Un testo che non vuole parlare dell’opera ma dell’uomo.

"Non siamo critiche d’arte, ci interessava narrare l’uomo e l’importanza che per Morandi aveva il lavoro, carico di significati non solo civili e morali ma anche spirituali. Si tratta infatti di un figlio del Novecento, di una Bologna che è ancora quella di Carducci e Pascoli, ma che si affaccia sul nuovo secolo con tutte le sue dinamiche, anche dal punto di vista psicologico e delle verità un po’ velate che lui riproduce nei quadri, quella solitudine rispetto alla collettività dell’uomo. I suoi paesaggi sono antropici, nel senso che si vedono case, tuttavia non c’è mai la figura umana. E la stessa cosa fa con gli oggetti di uso quotidiano. Rispetto a futuristi e metafisici in Morandi è la sua condotta che dà senso all’opera. Quando Longhi diceva che Morandi è il più grande artista del Novecento è perché si inserisce in un contesto dove non può essere classificato. Lui non voleva essere inserito, né all’interno di avanguardie, né all’interno di correnti".

Le foto di Walter Breveglieri sono splendide. Come avete scelto quella che si trova in copertina?

"Ce ne sono tante bellissime, anche inedite. Questa l’abbiamo scelta perché sullo sfondo si intravede la sua opera, quindi è uno sfondo velato. Inoltre Morandi è di profilo, con questo suo caratteristico labbro pronunciato... ma soprattutto aveva un bellissimo sorriso. E poi il taglio di capelli che non veniva fatto da un barbiere, ma dalla sorella. In una foto tutte le caratteristiche della sobrietà di un uomo e del quadro che non si vede esattamente".

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